Ortisei, un sentiero che si arrampica tra abeti rossi, larici e pini cembri, e la chiesa di San Giacomo, nascosta tra le fronde. È la più antica della Val Gardena, con il suo campanile che si staglia contro il profilo imponente del Sassolungo. Per chi lavora il legno, quegli alberi non sono solo alberi: sono la promessa di qualcosa di vivo, di un’arte che prende forma sotto la lama dello scalpello. Judith Sotriffer conosce bene questo segreto. Dal legno di cembro — o cirmolo, come lo chiamano qui — crea bambole che non sono solo oggetti, ma custodi di storie e tradizioni, profumate e morbide, figlie di una valle che sembra non conoscere il tempo.
La chiesa di San Giacomo si trova poco fuori Ortisei, immersa in un bosco che segue i ritmi della natura e custodisce specie arboree ben distinte. Il sentiero che la raggiunge attraversa un paesaggio fatto di strati vegetali precisi: in basso si incontrano le peccete di abeti rossi, più su i larici che amano la luce e l’aria fresca, e infine i pini cembri, rari e preziosi per chi conosce il valore del loro legno. Ogni specie racconta qualcosa a chi sa ascoltare e lavorare quel materiale, suggerendo come trasformarlo in figure e forme. Camminare qui significa immergersi in un mondo che offre non solo legno, ma anche un immaginario ricco di storie, radicato nel tempo e nei cicli della natura.
Le bambole di legno della Val Gardena nascono alla fine del Seicento, come parte di un’industria domestica che ha segnato l’economia della valle per oltre 300 anni. All’inizio, la lavorazione del legno si affiancava alla produzione di merletti e piccoli oggetti fatti a mano. Già a metà del Settecento, si stimava che solo a Ortisei fossero attivi tra quaranta e cinquanta scultori specializzati. Tra Otto e Novecento, la maggior parte delle famiglie della valle partecipava a questa attività, ognuna concentrandosi su un soggetto diverso: animali, figure del presepe, cavalli a dondolo, giocattoli mobili. Le bambole, di varie dimensioni, avevano articolazioni mobili alle caviglie e si distinguevano per la colorazione a colla, una tecnica innovativa che conferiva una lucentezza particolare ancora oggi apprezzata da collezionisti ed esperti.
L’intaglio del legno non era solo un lavoro, ma una vera cultura materiale per la valle. Judith Sotriffer racconta che quasi tutti dipendevano da quell’attività e che il legno era la prima fonte di reddito in un territorio ricco di boschi. I giocattoli venivano esportati con successo a fiere e mercati, in Italia e all’estero. Ma la produzione su larga scala si è affievolita intorno agli anni Trenta del Novecento, quando le bambole di cellulosa e i peluche hanno iniziato a sostituire quelle tradizionali in legno.
All’estero, specialmente nei paesi di lingua inglese, i giocattoli della Val Gardena erano noti come ‘Dutch dolls’ o ‘Grödnertal dolls’. Il primo nome probabilmente si riferisce ai porti olandesi da cui partivano le spedizioni verso l’Europa e le Americhe, il secondo richiama il nome tedesco della valle. Un episodio che sottolinea l’importanza di queste bambole nell’Ottocento riguarda la famiglia reale britannica: la giovane principessa Vittoria, tra gli 11 e i 14 anni, cucì e disegnò gli abiti per 132 bambole di legno, con l’aiuto della governante Louise Lehzen. Ogni bambola portava il nome di personaggi teatrali o storici del tempo. Questa collezione è oggi conservata al London Museum.
La storia prosegue a Covent Garden, dove Marguerite Fawdry, proprietaria del negozio Benjamin Pollock’s, scoprì per caso un magazzino sopra Bolzano con una partita importante di bambole gardenesi. Grazie a quell’acquisto, il negozio londinese vendette queste bambole per trent’anni. Oggi, quelle bambole continuano a essere fatte da artigiani della Val Gardena, che portano avanti una tradizione di famiglia.
La bottega di Judith Sotriffer si trova in Streda Tresval, nel cuore di Ortisei. Figlia d’arte, ha imparato a intagliare e scolpire al fianco del padre e ha maturato esperienza nel negozio storico gestito dalla madre. Il suo lavoro nasce dall’esplorazione: smontava vecchie bambole per capire struttura e meccanismi, ha studiato testi antichi e ha ricostruito tecniche tradizionali quasi dimenticate. Nel 1985 ha aperto il suo laboratorio, dando vita a un recupero appassionato e accurato.
Entrando nella bottega, si avverte subito il profumo intenso del cirmolo che riempie l’aria. Gli scaffali sono pieni di pupazzi: Pinocchi, cavallini, animali e bambole sottili e snodate, tutti legati da un filo rosso che attraversa la tradizione gardenese. Sul banco da lavoro, accanto al tornio che modella le forme grezze, ci sono sgorbie, scalpelli, raspe e pennelli. Ogni bambola è fatta di diciassette pezzi, con dettagli curati come calzini bianchi, scarpe nere e occhi azzurri.
Judith intaglia, dipinge e assembla ogni pezzo con cura maniacale. Le sue bambole viaggiano lontano, arrivano negli Stati Uniti, in Svezia, Australia e Nuova Zelanda, ma restano soprattutto per collezionisti attenti. Prima di chiudere ogni scatola, l’artigiana riserva un ultimo gesto quasi materno, un saluto che sembra imprimere nella bambola il profumo e l’anima dei boschi da cui viene.
Questo lavoro artigianale è la prova che la tradizione del legno è ancora viva in Val Gardena. Le bambole non sono solo oggetti belli, ma un legame vivo con il territorio, un patrimonio culturale che racconta una storia lunga e ancora presente.
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