“Non si nasce da qualche parte, si nasce dagli altri.” Questa frase, che sembra un enigma, guida il nuovo poema di Marco Cardetta, “Dal mare – Nero di Odessa”. Dieci anni dopo Sergente Romano, l’autore torna con un viaggio letterario che svela Odesa come luogo immaginario e stratificato, dove memoria, mito e corpo si intrecciano. Non si tratta di un semplice tributo alla città sul Mar Nero, ma di un racconto denso, quasi onirico, che scava nelle pieghe dell’identità, mettendo in crisi le certezze sulla lingua e sull’appartenenza. Un’opera che sfida, e chiede di guardare oltre ciò che crediamo di sapere.
La domanda che spunta subito è: “Che cos’è la patria per chi è di Odesa, la città degli stranieri?” In Dal mare – Nero di Odessa Cardetta evita il ritratto geografico per costruire un quadro mentale e simbolico. Odesa non è un punto fermo, ma un crocevia di popoli, lingue, religioni e storie che si mescolano senza mai fondersi in un’identità unica. Personaggi come Romàn, Elia, la nonna Ljubka e lo zio Pesja si muovono con la stessa leggerezza di chi attraversa un porto, entrando e uscendo dalla scena come le maree che lambiscono la città.
Questa molteplicità dà vita a un senso di appartenenza instabile, quasi sospeso fra ricordi intrecciati, racconti personali e mito collettivo. L’epitaffio di Romàn, “Eh sì, che mi dissero di nascere, ed io, mi permisi di morir. Rinasco, rosa”, riassume bene il pensiero: vita e morte si confondono in un ciclo continuo di rinascita e trasformazione. Non è un addio definitivo, ma un mistero fluido che apre a una dimensione junghiana, già confessata dall’autore. Tra sogni, apparizioni e ritorni degli stessi volti, il poema si muove su un piano onirico dove opposti come vita e morte, radicamento e migrazione non si escludono, ma convivono.
Ciò che colpisce nel lavoro di Cardetta è l’attenzione al corpo e al suo legame con storia e mito. Niente spiritualità incorporea: qui si celebra il sudore, il sesso, il cibo, il vino, gli odori forti e persino gli escrementi. In questo flusso si inseriscono domande metafisiche, sempre cariche di grottesco e ironia rabelaisiana. “Cambiare o morire…” si affianca subito a “E non è la disgrazia anch’essa una grazia?”, mostrando come anche la sofferenza possa nascondere una grazia inattesa.
Si sente anche l’influsso del filosofo Raimon Panikkar, soprattutto nel rifiuto di opposti rigidi e chiusi, a favore di un’identità fondata sulla relazione e sulla contaminazione. Il mare diventa la metafora più forte e pervasiva, un’immagine che abbraccia tutto e da cui tutto nasce e ritorna: “dal mare viene il mare”, dice la formula finale, segnalando che all’origine non c’è purezza, ma solo mescolanza. Oggetti, animali e paesaggi si susseguono in un accumulo sensoriale che canta l’eterogeneità di una terra dove tutto si confonde.
Questa visione fluida dell’identità si riflette in una lingua altrettanto composita e irregolare. Cardetta spezza la sintassi e mescola l’italiano con arcaismi, dialetti, prestiti slavi e neologismi, trasformando la pagina in una partitura sonora. Passaggi come quello della nave Yuun che cerca Odesa e i marinai che gridano “O-d-e-s-s-a…” solo per sentire il vento rispondere “Noooooooo!” sono emblematici. Qui Odesa appare come un luogo raggiungibile solo idealmente, sempre sfuggente.
Questa contaminazione linguistica era già presente nel romanzo d’esordio Sergente Romano , dove la narrazione fonde elementi della cultura contadina, tra dialetti e oralità, in una scrittura musicale e “primitiva nella sua semplicità”. Cardetta, con quel lavoro, rinunciava all’italiano standard inseguendo un’oralità che unisse Dante e Verga alle voci dei piccoli paesi, evitando così ogni agiografia o riduzionismo ideologico.
Dieci anni dopo, con Nero di Odesa, quella sfida si amplia e si fa più radicale: si passa dalla Murgia a una Babele di lingue e culture intorno al Mar Nero. La ricerca di identità lascia la dimensione genealogica per abbracciare un’idea fondata sull’incontro, la differenza e la contaminazione come basi di ogni appartenenza.
Il filo rosso che unisce le opere di Cardetta è la riflessione sull’identità come qualcosa di complesso e mai puro. Dal legame intimo con le radici contadine di Sergente Romano alla vastità poliglotta di Nero di Odesa, emerge la convinzione che ogni comunità nasce da memorie, incontri e influenze reciproche. Nessuna appartenenza è “pura” o esclusiva: ogni identità si costruisce aprendo spazi al diverso, contaminandosi e trasformandosi.
Dal mare – Nero di Odesa è così un punto d’arrivo e insieme una tappa fondamentale per la poetica di Cardetta, quella che lui stesso definiva nel 2016 “scrittura di liberazione.” Qui la lingua si muove, si trasforma continuamente, come il mare stesso. È una sfida lanciata alla letteratura italiana contemporanea: smettere di chiudersi in schemi rigidi e lasciarsi attraversare da voci che si intrecciano, proprio come accade nella realtà più autentica degli incontri umani e storici.
A Messina, un furto ha trafugato pezzi unici del patrimonio culturale, lasciando dietro di sé…
Quando ho scritto “Orologiaio”, non cercavo applausi. Era più una sfida con me stesso, un…
A 3600 metri di quota, il Salar de Uyuni si stende come un mare bianco…
Nel cuore di Torino, un angolo di storia si riaccende. La galleria Simóndi, da oltre…
Il 30 agosto 1926, davanti alla chiesa di Saint Malachy a Manhattan, si radunarono più…
Non c’è Siviglia, questa volta. La scena si apre su un deserto spoglio, un luogo…