Il 23 agosto 2026, a Dolo, si è spento Fabrizio Plessi, un gigante della videoarte contemporanea. Nato a Reggio Emilia nel 1940, ma cresciuto artisticamente a Venezia, Plessi ha saputo trasformare la tecnologia in un linguaggio poetico, vivo. Per più di cinquant’anni ha sperimentato, mescolando acqua, fuoco, terra con immagini elettroniche che sembravano quasi palpabili. Le sue installazioni monumentali non cambiavano solo gli spazi: li riscrivevano, mantenendo sempre un legame profondo con la natura.
L’acqua come cifra artistica e l’incontro con la tecnologia negli anni ’60 e ’70
Plessi ha iniziato la sua carriera puntando sull’acqua, che ben presto è diventata il cuore del suo racconto artistico. Già nel 1968 ha sperimentato con installazioni, film, videotape e performance che mettevano in scena questo elemento naturale in relazione al tempo e al movimento. Nel 1973, alla Galleria Vinciana di Milano, presentò “Acquabiografico”, un’opera che racchiudeva la sua visione: l’acqua non è solo immagine, ma condizione esistenziale, metafora fluida del cambiamento continuo.
Negli anni successivi, Plessi si dedicò a performance legate al paesaggio, come “Taglio del lago”, “Camminare sull’acqua” e “Operazione Taglio del fiume Schelde”, dove il corpo umano dialogava con la natura. Questi momenti venivano documentati con fotografie e video, e il videotape, col tempo, diventò non solo testimonianza, ma vera e propria opera d’arte. Nel 1976, con “A morte Venezia” e i film “Liquid Movie” e “Underwater”, iniziò a fondere immagini elettroniche e natura, portando la sua ricerca anche alla Mostra del Cinema di Venezia.
Dagli esordi alle grandi svolte internazionali negli anni ’80
Nel 1982 il Centre Pompidou di Parigi ospitò una sua mostra video di grande rilievo, segnando l’ingresso stabile delle sue sculture multimediali nel mondo dell’arte. Il vero salto arrivò nel 1986, alla Biennale di Venezia, con “Bronx”: Plessi trasformò la televisione in materiale artistico da esporre, superando il suo ruolo tradizionale di semplice mezzo di trasmissione.
L’anno dopo conquistò la scena internazionale con “Roma”, una grande installazione presentata alla Documenta 8 di Kassel. Da quel momento, il suo lavoro si affermò come uno dei vertici della videoarte, fondendo strutture metalliche imponenti, spazio architettonico, natura e immagini elettroniche in un dialogo costante.
Collaborazioni a tutto campo e grandi opere pubbliche tra anni ’90 e Duemila
Negli anni ’90 Plessi allargò i suoi orizzonti collaborando con coreografi, musicisti e compagnie teatrali. Realizzò scenografie e costumi lavorando con artisti come Frédéric Flamand, Michael Nyman e l’Aterballetto. Nel 1993 firmò le scenografie elettroniche per il concerto di Luciano Pavarotti a Central Park, evento di portata mondiale.
Le sue opere uscirono dai musei per entrare in spazi di grande rilievo come il Guggenheim di New York, il Museum Moderner Kunst di Vienna, il Centre Pompidou e il Louisiana Museum. Nel 2000 creò “Mare Verticale” per Expo Hannover, un’installazione alta 44 metri che trasformava un’onda in un’immagine luminosa e monumentale. Nel 2001 “Waterfire” illuminò il Museo Correr e Piazza San Marco con acqua e fuoco, segnando una nuova fase della sua arte ambientale.
Nel 2005 “Memory Motions”, al Kistefos-Museet in Norvegia, unì elementi naturali come tronchi e archeologia industriale in una coreografia meccanica. Per Plessi, lo spazio espositivo non era solo un contenitore, ma parte integrante dell’opera, come si vedeva anche nelle sue creazioni al Fondaco dei Tedeschi di Venezia o nel progetto “Fenix DNA” per il Teatro La Fenice.
Dall’acqua all’oro: le ultime installazioni e il dialogo con la storia
Negli ultimi anni, la ricerca di Plessi ha spostato il suo sguardo dall’acqua all’oro. Lo si è visto in “L’Età dell’Oro” , installazione luminosa sulle finestre del Museo Correr a Venezia, con una cascata di luce che sembrava fluire verso Piazza San Marco. Realizzata durante la pandemia, questa opera ha espresso al tempo stesso speranza e fragilità.
Nel 2023, a Milano, nella Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale, ha presentato “Mari Verticali”: dodici strutture di acciaio alte quasi nove metri, inclinate quasi al limite della caduta, da cui scorrevano immagini dorate che evocavano un mare sospeso, carico di tensione. Nello stesso anno è stato protagonista a Brescia con “Plessi sposa Brixia”, un progetto immersivo che ha collegato spazi archeologici e culturali con installazioni digitali e videoproiezioni, un ponte concreto tra passato e presente.
A Padova, nell’ex Chiesa di Sant’Agnese, ha realizzato “Nero Oro”, un percorso che attraversa navata, ipogeo e sacrestia. Qui l’oro si fonde con mosaici e frammenti d’affresco trecenteschi e reperti archeologici emersi durante i restauri. Questa opera racconta il suo interesse costante per il rapporto tra arte, storia e materia, un filo rosso che ha attraversato tutta la sua carriera.