Nelle sale della Galleria Borghese, un film rompe il silenzio secolare delle opere classiche. All That Changes You. Metamorphosis di Isaac Julien non è solo un’opera d’arte: è un viaggio che parte dai miti di Ovidio e si spinge fino al cuore pulsante del cyberfemminismo. Il contrasto tra il passato antico e un futuro tecnologico crea una tensione palpabile, quasi elettrica. Camminando tra le stanze, lo spettatore si trova sospeso in un continuo mutamento, dove le storie antiche si intrecciano con riflessioni contemporanee, disegnando un dialogo nuovo, vivido e inaspettato.
Isaac Julien: l’artista che intreccia arte, politica e tecnologia
Isaac Julien, regista e artista britannico, è famoso per saper unire immagini potenti e riflessioni profonde. Nato nel cinema indipendente inglese degli anni Ottanta, ha mosso i primi passi nel circuito black avant-garde, affermandosi poi come maestro della videoarte e delle installazioni immersive. Oggi insegna alla University of California, Santa Cruz, dove condivide lo stesso ateneo con Donna Haraway, filosofa di riferimento del cyberfemminismo.
Julien esplora temi complessi: metamorfosi biologiche e tecnologiche, il rapporto tra uomo, macchina, ambiente e specie viventi. Le sue opere non si limitano a raccontare storie, ma stimolano un pensiero critico sul presente. In All That Changes You. Metamorphosis, la voce di Haraway introduce concetti chiave come la transizione ecologica e le ibridazioni tra regni animali, vegetali e minerali, in un continuo scambio e mutamento.
Julien intreccia queste idee con testi che vanno dalla filosofia presocratica all’astrofisica di Carlo Rovelli, fino alla fantascienza di Octavia Butler, costruendo una narrazione stratificata e ricca di spunti.
La Galleria Borghese come spazio di metamorfosi
L’installazione si trova nel padiglione dell’Uccelliera, uno spazio carico di storia, pensato nel Seicento per ospitare uccelli esotici. Julien lo trasforma in una sorta di camera caleidoscopica, dove lo spettatore si perde tra immagini riflettenti e specchi posizionati con cura. L’effetto è un’esperienza che espande e restringe lo spazio, focalizzando l’attenzione sul concetto di metamorfosi.
Rispetto alla versione di Palazzo Te a Mantova, con dieci schermi e superfici riflettenti, quella romana è più raccolta, ma non meno intensa. Qui la concentrazione è tutto: sovrapposizioni visive raccontano il passaggio dalla materia alla trasformazione, intrecciando natura, mito e tecnologia. Il gioco continuo di luci e ombre crea un vortice che sottolinea l’ibridazione e la comunicazione tra mondi lontani ma connessi.
Un racconto che mescola passato e presente
Il film si presenta come un montaggio complesso, che unisce tempi e luoghi diversi, evocando insieme passato artistico e mitologico e temi urgenti di oggi. Seguendo il ritmo degli elementi – aria, acqua, terra e fuoco – Julien costruisce una trama che dialoga anche con la mostra accanto, curata da Francesca Cappelletti e Frits Scholten.
Riferimenti a grandi maestri come Rodin, Brancusi e Bourgeois si intrecciano, evitando la perfezione classica per una lettura più sfaccettata dell’arte. In particolare, il dipinto di Giulio Romano La Caduta dei giganti diventa una potente metafora apocalittica: un richiamo urgente a una comunione tra tutte le forme di vita per affrontare le crisi ambientali. Questo sovrapporsi di passato e futuro rende il film uno specchio dove riflettere le sfide globali, senza perdere la poesia.
Oltre il corpo umano: metamorfosi e nuovi sguardi
Al centro del film c’è la metamorfosi, intesa come trasformazione radicale e possibilità di un nuovo rapporto tra uomo e natura. Julien sposta l’attenzione dalla singola identità a un’idea di ibridazione che coinvolge anche la tecnologia, come nella scena in cui una dea nera accarezza una stella marina fatta di elementi luminosi e meccanici.
L’opera invita a ripensare corpo e coscienza includendo ciò che è altro, sia biologico sia artificiale. La stanza degli specchi, dove il film trova la sua forza, diventa un invito a cambiare prospettiva, rompere la linearità e scorgere connessioni nuove. L’allusione al dipinto di Tintoretto, con Aracne vista dal basso mentre tesse, è un esempio di questa apertura: il racconto visivo si spinge oltre i confini consueti, tra mito e universo.
Isaac Julien costruisce così un dialogo intenso tra arte, scienza e filosofia, in uno spazio storico che si carica di nuova energia grazie a un’arte che guarda al futuro. La mostra, aperta fino al 25 ottobre 2026, conferma la vitalità di un percorso artistico capace di trasformare idee complesse in immagini potenti e aperte a molte interpretazioni.