Erika prepara il caffè mentre Mauro sistema i panni stesi, come ogni mattina. Nulla sembra cambiare, eppure l’aria è carica di tensione, nascosta sotto una calma apparente. La loro vita in provincia scorre tra gesti ripetuti, ma dentro qualcosa si sta incrinando. La figlia Irene sta per partire per l’università, e quel momento segna un punto di non ritorno. Anna Foglietta, al suo debutto come regista e co-autrice, affonda lo sguardo in queste vite sospese, in bilico tra paure e speranze, raccontando un anno cruciale di trasformazioni e sogni spezzati.
Quotidianità fragile: abitudini paralizzanti e vuoto dentro
Il film racconta il lento sgretolarsi di una coppia intrappolata in un’esistenza fatta di gesti ripetuti, ormai privi di senso. Erika, interpretata da Alba Rohrwacher, vive la sindrome del nido vuoto come una perdita di sé, un vuoto che va oltre il semplice distacco dalla figlia. La sua vita si riduce a gesti meccanici, privi di energia e desiderio. Mauro, interpretato da Guido Caprino, si rifugia in un rigido controllo emotivo, eredità di un padre autoritario. Ma quella maschera di fermezza si incrina in una scena che resta impressa: un karaoke, dove la canzone “Luna” di Toto Cutugno fa crollare le sue difese. Tutto questo avviene in un mondo che sembra fermo, dove il rumore di fondo è fatto di chiacchiere, programmi tv e suoni quotidiani che non cambiano mai.
La provincia in cui si muovono non è solo un luogo, ma diventa simbolo di un limite da superare, di un passaggio obbligato verso qualcosa di incerto. Il film va oltre la semplice storia familiare e diventa una sottile critica allo stato d’animo della piccola borghesia italiana. La loro vita sembra un meccanismo rotto che si spezza quando la routine perde il suo unico scopo: dare un senso all’esistenza. Così prende forma un racconto sulla felicità mancata, su quei desideri nascosti che nessuno osa più inseguire.
Un racconto per immagini imperfette: l’intimità che si rompe
La fotografia di “Una storia” si distingue per un’intensa ricerca estetica, che coinvolge ogni singolo fotogramma. Andrea Benjamin Manenti, direttore della fotografia, insieme a Alain Parroni, operatore alla macchina, adottano una poetica dell’imperfezione, creando immagini che sembrano instabili, volutamente sbilanciate. Le inquadrature spesso mostrano i personaggi di spalle o nascosti dietro oggetti. Non è un caso: questo modo di filmare diventa la metafora visiva dello stato d’animo dei protagonisti, sospesi tra distanze e assenze.
Il vetro che divide, la sedia vuota lasciata dalla figlia, le immagini spesso compresse e ai margini dello schermo raccontano la lenta conquista dello spazio interiore di Erika e Mauro. Passano da presenze marginali a una centralità faticosa ma autentica, proprio come il loro risveglio emotivo. Ma questa precisione formale a volte rallenta la naturalezza delle emozioni, rischiando di raffreddarle. Il rigore estetico, pur esaltando la bellezza visiva, mette un po’ di distanza tra lo spettatore e i personaggi, togliendo qualcosa in termini di empatia.
Questa scelta stilistica fa parte di una riflessione più ampia sui tempi e gli spazi della vita adulta, compressa tra doveri e nuove domande di senso. Il film è un esercizio di stile raffinato che però non rinuncia a indagare la profondità di chi si trova a chiudere un capitolo importante della propria vita.
Musica sottile e silenzi che segnano il passaggio
La colonna sonora di Rodrigo D’Erasmo accompagna la storia con delicatezza, creando un’atmosfera sospesa ma carica di tensione emotiva. Il musicista, noto per il suo lavoro con gli Afterhours, costruisce un tessuto sonoro intimo basato su un pianoforte suonato con sordina, cercando un suono ovattato e morbido, capace di evocare nostalgia e dolcezza insieme.
Gli archi, leggeri e in continuo movimento, aggiungono una nota di inquietudine e fuga, perfetta per descrivere quel passaggio incerto tra un passato familiare e un futuro tutto da scoprire. La musica diventa così una presenza costante ma discreta, che sostiene la tensione senza mai sovrastare, lasciando che siano i silenzi tra una nota e l’altra a raccontare le emozioni non dette.
Il dialogo tra musica e immagini è fondamentale per restituire l’atmosfera rarefatta del film. La colonna sonora avvolge i personaggi mentre affrontano quelle domande che segnano l’età adulta: “chi siamo quando non siamo più ciò che ci definiva? Come si ritrova l’equilibrio quando tutto si rompe?” “Una storia” affronta questi interrogativi con sobrietà, sostenuta da un accompagnamento musicale essenziale e mai invadente.
Con questo debutto, Anna Foglietta centra il cuore di una generazione sospesa tra vecchie certezze e nuove paure, raccontando senza grandi clamori il lento risveglio di chi finalmente si guarda dentro, tra rimpianti e fragili speranze.