La Mole Antonelliana domina il panorama, ma il vero spettacolo si nasconde dietro un citofono anonimo. Tra i nomi, “Ciaccia Levi” sembra quasi un dettaglio fuori posto. Poi, al sesto piano di un palazzo torinese degli anni Cinquanta, la porta si apre su un attico che non è una galleria d’arte qualunque. Niente vetrine, niente corridoi affollati: sembra di entrare in una casa privata, eppure qui si respira un progetto artistico con ambizioni internazionali. Nerina Ciaccia e Antoine Levi, dopo esperienze a Parigi e Milano, hanno scelto Torino per dare vita a questo spazio unico. Un luogo dove l’arte non si mostra, si vive — solo su appuntamento. La mostra inaugurale, “Bonheur du jour”, è un invito al raccoglimento, un omaggio al piccolo scrittoio settecentesco che custodiva lettere e segreti, proprio come questo attico custodisce emozioni e creatività.
Le gallerie tradizionali cercano di eliminare ogni distrazione, presentando le opere in ambienti bianchi, uniformi, come sospesi nel tempo. Qui, invece, tutto cambia nel corso della giornata: la luce naturale entra dalle grandi finestre, muta colore e intensità, mentre di sera si accendono lampade che scaldano l’atmosfera. Questo gioco crea un dialogo inedito tra le opere e lo spazio, dove materiali come marmo e legno diventano parte integrante dell’esperienza. L’austero “white cube” lascia spazio a un’esposizione viva, che cambia e invita a scoprire nuovi significati in oggetti e immagini.
Un esempio chiave è la scultura “Round and Round” di Garance Früh, nata a Strasburgo nel 1992, un’opera complessa che unisce una scarpa aperta e un uovo di legno. La percezione cambia con la luce: col sole pieno, le ombre si approfondiscono, mentre in una giornata grigia il rilievo si appiattisce quasi a diventare un disegno. Questo rapporto mutevole spinge chi guarda a un’attenzione più profonda, lontana dalla staticità delle gallerie tradizionali.
L’attico accoglie opere che esplorano la domesticità e il confine tra spazio privato e opera d’arte. Nella zona giorno colpisce una stampa di Lisetta Carmi, genovese , realizzata durante il suo lavoro nei ghetti di Genova negli anni Sessanta. L’immagine ritrae due figure in un interno decorato da carta da parati a fiori, catturando un momento di empatia e fiducia, valori cari all’artista. Quella stanza racconta storie vissute a lungo da Carmi, tradotte in fotografie intense e rispettose.
Non lontano, una foto di Kenny Dunkan, nato in Guadalupa nel 1988, mostra un corpo nero che si piega su una spiaggia, evocando il carnevale caraibico e i suoi rituali. In un contesto borghese e raffinato come questo attico torinese, la sua presenza aggiunge una sfumatura culturale e sociale preziosa.
Sparsi per la casa, piccoli oggetti di Zoe Williams, londinese del 1973, si confondono con l’arredamento: panetti di burro fusi in bronzo, anelli con gocce nere, pugni in ceramica dalle tonalità vintage, posizionati come se fossero oggetti di uso quotidiano. Il realismo ingannevole invita a vedere l’arte come parte della vita di tutti i giorni, non qualcosa di separato.
Spostandosi nella camera da letto, si incontrano due tele di Ibuki Inoue, giovane artista giapponese del 2002. “Vacances” mostra una donna in bici sotto un cielo turchese uniforme, mentre “Loophole” ritrae un roseto notturno con una casa appena visibile tra i rami, giochi di luci e ombre delicati e intensi. Queste opere dialogano con i cuscini bianchi messi sotto, creando un’atmosfera raccolta che invita a una pausa di riflessione.
Nella stessa stanza, un armadio nasconde “I Promised You” di Chaliséé Naamani, nata a Parigi nel 1995. Un vestito in lycra nero, sospeso in una custodia di rete, che rompe le aspettative unendo un abbraccio neoclassico a un selfie di una donna che si copre il volto con lo smartphone. Questi “vêtements-images” fondono corpo e immagine, ripensando l’abbigliamento non più solo come indumento, ma come mezzo per raccontare sguardi e identità. L’abito – esposto nell’unico spazio che gli è concesso – si mostra solo a chi apre l’armadio, regalando un momento privato e speciale.
Un ultimo angolo è dominato da “My Good Ear” di Srijon Chowdhury, nato a Dacca nel 1987: un grande orecchio dipinto a olio su lino alto un metro che invita a sedersi e ascoltare. L’opera fa parte di una serie dedicata agli organi di senso esposta al Frye Art Museum nel 2022. Mettersi di fronte a quell’orecchio richiama la sacralità dell’ascolto, un rito che mette in relazione spazio, opera e visitatore.
Qui si parla davvero, senza il silenzio impalpabile di tante gallerie internazionali. L’ingresso su appuntamento seleziona i visitatori e permette confronti approfonditi con i galleristi, pronti a rispondere alle domande e a raccontare la storia di ogni lavoro. Un modo di fare che annulla le distanze, affianca opera e persona e lascia spazio al tempo, lontano dalla fretta delle fiere.
Il richiamo a Margherita Stein, pioniera della galleria in appartamento a Torino, è un legame forte con la tradizione cittadina. Qui l’arte si vive senza corsa, in un momento che somiglia più a casa che a vetrina, preservando la delicatezza del privato ma aprendosi all’incontro. Nell’ascensore che riporta alla routine resta la sensazione di aver varcato una soglia speciale, oltre la porta invisibile tra tante altre.
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