Firenze si prepara ad accogliere Middle East Now, che dal 6 all’11 ottobre 2026 torna con la sua diciassettesima edizione. Più di un semplice festival, è un osservatorio vivo sulle trasformazioni sociali e culturali del Medio Oriente, lontano dalle solite immagini di conflitti e crisi. Qui si raccontano storie complesse, tensioni profonde, idee che sfidano gli stereotipi, attraverso film, mostre e incontri.
Il filo conduttore di quest’anno è “Radical Movements”. Movimenti — politici, sociali, artistici, ma anche personali — che scuotono equilibri apparentemente immutabili e aprono nuovi orizzonti di riflessione. Oltre trenta opere arrivano da Palestina, Iran, Iraq, Libano, Egitto, Marocco, Afghanistan, Arabia Saudita e Sudan. Film che rompono il silenzio ufficiale, intrecciando sguardi pubblici e intimi, raccontando territori di resistenza e cambiamento.
Middle East Now offre uno sguardo ampio e variegato sul Medio Oriente. I film in programma portano alla luce angoli poco conosciuti dal pubblico occidentale, raccontando conflitti, tradizioni culturali, migrazioni e lotte quotidiane con narrazioni coinvolgenti e dirette.
Le produzioni arrivano da zone segnate da dinamiche complesse. Palestina e Libano emergono come simboli di una convivenza fragile, segnata da guerre civili e conflitti più ampi. Iran e Afghanistan raccontano storie personali che rischiano di perdersi in contesti politici rigidi, mentre l’arte diventa uno strumento di resistenza. Anche Marocco ed Egitto contribuiscono con storie che mettono in luce trasformazioni culturali e sfide sociali.
Il tema dei movimenti radicali attraversa queste opere, mostrando come spinte innovative — politiche, artistiche o personali — possano mettere in discussione schemi consolidati. Non è solo cinema: è un invito a discutere di libertà, cambiamenti e sfide attuali.
Tra le uscite più attese ci sono tre titoli che promettono di lasciare il segno. Il primo, A Fox Under a Pink Moon di Mehrdad Oskouei e Soraya Akhlaghi, segue da vicino la vita di Soraya, giovane artista afghana. Attraverso immagini girate col telefono, il film racconta il suo disperato viaggio dall’Iran all’Austria per ricongiungersi con la madre, un racconto di speranza e difficoltà che intreccia violenza e quotidianità.
Souraya Mon Amour di Nicolas Khoury è un ritratto intenso ambientato nella Beirut della guerra civile. Racconta la storia d’amore tra la ballerina Souraya Baghdadi e il regista Maroun Baghdadi, ricostruita con materiale d’archivio e ricordi personali. Il documentario restituisce l’immagine di un’artista che lotta per la propria voce in un contesto segnato da ferite profonde.
Infine, Palestine Comedy Club di Alaa Aliabdallah e Charlotte Knowles segue sei comici palestinesi in tour tra Cisgiordania, checkpoint e Londra, nel giorno del loro debutto nel Regno Unito, il 7 ottobre 2023. Con ironia tagliente, il film mostra come la comicità diventi un’arma per affrontare conflitti, divisioni e tensioni.
Non solo cinema: dal 8 al 31 ottobre, la Street Levels Gallery ospita What Moves Us, collettiva fotografica curata da Roi Saade. Tre fotografi — il turco Erdem Varol, il tunisino Skander Khlif e l’egiziano Ebrahim Bahaa-Eldin — indagano il senso di appartenenza, muovendosi tra ambienti urbani e rurali, sfiorando il confine tra privato e pubblico.
Le immagini offrono uno sguardo sulle trasformazioni del Medio Oriente contemporaneo, mettendo in evidenza il legame profondo tra identità e territorio. Una mostra che rompe stereotipi e racconta aspetti meno noti ma altrettanto autentici della regione.
Tra gli ospiti di spicco c’è Khalid Albaih, cartoonist politico sudanese in esilio, noto per le sue vignette pubblicate durante la Primavera araba. Le sue opere hanno documentato con ironia e spirito critico vent’anni di rivolte e cambiamenti nel mondo arabo e in Africa.
A Firenze presenta Revolution, Intermission, mostra curata da Bayan Abubakr, che raccoglie questo vasto archivio visivo. Le vignette diventano così testimonianze storiche, raccontando lotte, speranze e controrivoluzioni di paesi spesso dimenticati. Un chiaro esempio di come l’arte possa dare voce a temi sociali e politici complessi.
La presenza di questa mostra conferma il ruolo centrale dell’arte nel rinnovare il dibattito sul Medio Oriente, dimostrando che il racconto visivo è uno strumento potente per memoria e cambiamento.
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