«Ancora gli stessi nomi, sempre uguali»: quante volte, nel giro dell’arte contemporanea, si sente questa frase? Egle Oddo, artista palermitana trapiantata a Helsinki, ha deciso di non accontentarsi di questo déjà-vu. Ha preso in mano l’archivio di Pixelache, un’associazione finlandese attiva da più di vent’anni nella media art, e ha dato vita a Another Story. Un progetto che mette in discussione i circuiti chiusi e le ripetizioni stanche, puntando a far dialogare archivi e modi diversi di fare curatela. Non è una cosa da poco: coinvolge curatori internazionali e ha già il sostegno di fondazioni e istituzioni culturali in più paesi. E durerà fino al 2028.
Pixelache nasce all’inizio degli anni Duemila e da allora non si è mai fermata: festival, ricerche, sperimentazioni nel campo della media art, con un occhio sempre rivolto al dialogo internazionale, che abbraccia Europa, Africa e America Latina. Il nome, “pixelache”, è un termine finlandese degli anni Novanta che descrive quella sensazione di sovraccarico, quasi fastidio, provocata dall’uso massiccio di contenuti digitali, un modo perfetto per raccontare la missione dell’associazione: esplorare le potenzialità creative della tecnologia, senza nascondere i suoi limiti e l’impatto sulla società.
L’archivio digitale di Pixelache racconta oltre vent’anni di attività, un patrimonio ricco di eventi, opere e collaborazioni. Tra il 2019 e il 2022, Oddo ha passato al setaccio questo materiale, confrontandolo con altri archivi finlandesi simili. Il risultato è stato chiaro: gli artisti già presenti nei circuiti riconosciuti continuano a girare senza sosta, lasciando poco spazio ai nuovi talenti e mantenendo in piedi gli stessi schemi di sempre.
Questa situazione ha acceso una riflessione sul valore e le fragilità degli archivi digitali, spesso alle prese con problemi di disorganizzazione e tecnologia obsoleta. Ma c’è di più: la ripetitività che domina il mondo digitale, simile a quella del “doomscrolling”, si riflette anche nella stagnazione di certi modelli di promozione artistica.
Da questa premessa nasce Another Story, un progetto che vuole abbattere confini geografici e istituzionali, mettendo in rete archivi di media art sparsi nel mondo. Non si tratta solo di istituzioni pubbliche: nel gioco entrano anche archivi privati di artisti e curatori di spessore come Kisito Assangni, Basak Senova e Kari Yli-Annala.
La contaminazione passa attraverso l’accesso a diverse risorse digitali, come AV ARKKI, Mediataideverkkosto, l’archivio del Museo HAM, la piattaforma nazionale FINNA e la collezione della Fondazione Saastamoinen. Così, opere e storie viaggiano ben oltre i loro luoghi d’origine, trovando spazio in esposizioni negli Stati Uniti, in Francia, in Svezia e nel Regno Unito.
Nel primo capitolo del progetto, il programma “Who Goes Hunting Does Not Cough” ha animato il Museo della Tecnologia di Helsinki e il Museo EMMA con performance dal vivo e proiezioni, creando un confronto vivo tra culture e metodi curatoriali. Il tutto arricchito da interventi di scrittori e studiosi, con il sostegno di ambasciate e istituti culturali europei e africani, che hanno contribuito a far nascere una rete di scambi culturali.
Egle Oddo non è solo curatrice, ma soprattutto artista. La sua pratica a lungo termine unisce ricerca, produzione e direzione creativa, senza dividere nettamente i ruoli. I suoi progetti si sviluppano nel tempo, sempre in collaborazione con altri esperti, a cui assegna compiti precisi.
Nel caso di Another Story, Oddo ha costruito la cornice operativa in cui curatori come Kisito Assangni, Basak Senova e Kari Yli-Annala hanno potuto muoversi con i loro approcci specifici. Assangni ha puntato sull’internazionalizzazione e sulle relazioni, Senova ha curato gli aspetti spaziali e di design degli allestimenti, mentre Yli-Annala ha approfondito le radici storiche e politiche della media art.
La sua capacità di coordinare e adattarsi ai diversi metodi e necessità racconta di una gestione attenta e versatile. Oddo è attiva anche in associazioni, gallerie e residenze d’artista nel panorama di Helsinki.
Another Story coinvolge nomi di peso come William Kentridge, Shirin Neshat, Joseph Ijoyemi e Cao Fei, insieme a talenti emergenti della scena globale e locale. Molti di loro arrivano in Finlandia per la prima volta proprio grazie a questo progetto, arricchendo il panorama con nuove voci e prospettive.
Il confronto tra archivi e culture passa anche attraverso la documentazione: ogni curatore tiene un diario di bordo, una testimonianza diretta del lavoro svolto. Questi appunti vogliono restituire la complessità del processo creativo e curatoriale, con tutte le sue sfumature pratiche ed emotive.
La linea guida resta la consapevolezza che la storia della media art non è un racconto unico e chiuso, ma una rete di storie diverse, intrecciate ma distinte, da ascoltare e far dialogare per non fermarsi a narrazioni ormai stantie.
La dimensione internazionale di Another Story mostra come la diffusione della tecnologia non porti a una cultura globale uniforme, ma anzi metta in luce identità regionali complesse e variegate. La media art si conferma così uno strumento fondamentale per raccontare questa pluralità, portando messaggi sul rapporto tra tecnologia, società e cultura.
Il coinvolgimento di ambasciate e istituti culturali di diversi paesi sottolinea l’interesse a promuovere un confronto aperto e rispettoso tra territori, puntando su approcci innovativi e inclusivi.
Il progetto lascia un segno importante nel panorama artistico finlandese e internazionale: invita a mettere in discussione criteri consolidati, a esplorare archivi meno noti e ad aprire lo sguardo verso nuove narrazioni, riconoscendo l’identità culturale come un processo in continuo divenire.
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