Stefano Faravelli tiene tra le mani un piccolo carrettino con un alambicco: lo ha costruito insieme al padre, da poco scomparso. Quel “distillatore di lacrime di coccodrillo” è più di un oggetto: un ponte tra passioni condivise e ricordi che resistono. Lo studio dell’artista, poco fuori Torino, sembra un archivio di vite intrecciate. Quadri appoggiati alle pareti, taccuini aperti sul tavolo, oggetti raccolti nei viaggi e nelle famiglie. Tutto parla di emozioni e storie raccontate a colori e parole. Quel regalo ricevuto a sette anni — una scatola di acquerelli — ha acceso un percorso unico, tra immagini e scrittura, con uno sguardo sempre personale. Ora, al Castello di Racconigi, la mostra “Specchi del Giappone” espone per la prima volta in Italia i suoi taccuini, album e strumenti di lavoro, svelando il cuore autentico del carnet de voyage.
Il Castello di Racconigi fa da cornice ideale a “Specchi del Giappone”. Le stanze settecentesche, decorate con antiche carte dipinte provenienti dalla Cina, raccontano un’epoca in cui il fascino del Giappone invadeva le residenze europee tra Ottocento e Novecento. Nel 1909, qui fu ospitato lo zar Nicola II, e l’atmosfera che unisce Europa e Oriente è ancora palpabile. Già agli inizi del Novecento, la Foresteria reale venne ribattezzata “Appartamento Giapponese” e arredata con pezzi elaborati o importati da laboratori torinesi specializzati in oggetti orientali. In questo contesto, le opere di Faravelli trovano posto con naturalezza, inserendosi in un racconto storico che parla di curiosità e scambio culturale. La mostra non si limita a celebrare il valore artistico dei taccuini, ma restituisce anche la complessità culturale che ha dato forma a questa narrazione fatta di immagini e parole.
Torinese, nato nel 1959, Faravelli ha seguito un percorso che va ben oltre la semplice pittura. All’Accademia di Belle Arti ha studiato con maestri legati all’Informale, come Giacomo Soffiantino e Piero Ruggeri, e ha sperimentato con figure come Sergio Saroni. Negli anni in cui a Torino si affermava l’arte povera, ha incontrato artisti come Paolini e Merz, arrivando a partecipare a un’opera di Zorio. Il punto di svolta arriva con l’incontro tra il filosofo Gianni Vattimo e Mario Merz, che spinge Faravelli a lasciare l’Accademia per iscriversi a Filosofia, attratto dal “pensiero debole”. Qui approfondisce pensatori come Heidegger e Nietzsche, riflettendo sui limiti di una modernità dominata dal nichilismo. Parallelamente, gli studi di orientalistica e la conoscenza dell’arabo aprono nuove strade, collegando la sua pittura alla spiritualità islamica. La collaborazione con Guido Ceronetti al Teatro dei Sensibili arricchisce ulteriormente la sua poetica, che nasce dall’incontro tra pensiero e sensi.
Per Faravelli, viaggiare non è una semplice curiosità, ma una vera necessità. Si definisce un “viaggiatore mimetico”, ispirato a figure come Richard Burton, che imparava lingue e si travestiva per andare ovunque, anche alla Mecca. Altri modelli sono Rimbaud e Lefcadio Hearn, viaggiatori attenti a cogliere la cultura profonda dei luoghi. I suoi carnet de voyage nascono proprio da questo bisogno di esplorare e capire. Ogni taccuino non è un diario qualunque: racchiude immagini, testi, poesie, appunti storici, interviste e piccoli oggetti raccolti lungo il cammino. Questi “apporti” sono come l’energia stessa del luogo, trasformata in tracce concrete. Un biglietto di museo, una foglia, un pezzo di stoffa diventano parte di un racconto a più voci che si costruisce nel tempo, spesso molto dopo il ritorno. Così il carnet diventa lo specchio di un’esperienza vissuta in tutte le sue sfumature.
Realizzare un carnet de voyage significa mettere insieme materiali diversi e complessi. Faravelli divide idealmente il lavoro in tre parti: la componente visiva, fatta di disegni e acquerelli che documentano persone, paesaggi e ambienti, presi al volo o rielaborati dopo; la scrittura, con appunti, poesie e testi filosofici o scientifici che accompagnano e danno senso alle immagini; infine, gli “apporti”, gli oggetti veri e propri che restano nel taccuino come tracce materiali del viaggio. Questi tre elementi si intrecciano e si influenzano, creando un racconto stratificato e vivo. Il rapporto tra immagine e parola permette di trasmettere al lettore qualcosa che va oltre la semplice documentazione: un’emozione, una cultura, un’esperienza.
Il rapporto di Faravelli con il Giappone è anche una storia di famiglia. Custodisce fotografie di una sua prozia, Irma, vestita da geisha agli inizi del Novecento, un’epoca in cui la cultura giapponese iniziava a conquistare l’Occidente, con figure come Sada Yakko, che si esibì anche a Torino. Questo legame personale si incrocia con la storia dell’Appartamento Giapponese al Castello di Racconigi. Pur ammirando la tradizione artistica giapponese, Faravelli non nasconde una certa critica verso la modernità delle metropoli nipponiche, che definisce “città modernastre”, richiamando Fosco Maraini. Il suo sguardo cerca di fermare e salvare quella bellezza fragile che rischia di sparire sotto la spinta dell’omologazione e del progresso.
Nel suo viaggio e nella sua arte, Faravelli si vede un po’ come l’airone cinerino che dipinge: un mediatore tra ciò che si vede e ciò che resta nascosto. Il carnet non è solo una raccolta di immagini o la cronaca di un percorso: è un tentativo di catturare l’essenza di un momento unico e irripetibile. L’incontro con un monaco buddista, la complicità con una bambina che disegna insieme a lui, la capacità di cogliere dettagli sfuggiti al caos della città diventano istanti da fissare e conservare. Così il carnet diventa custode della diversità culturale, un antidoto contro l’uniformarsi del mondo moderno. La mostra al Castello di Racconigi, aperta fino al 1° novembre 2026, è un’occasione per scoprire questa testimonianza visiva e scritta che racconta la complessità e la delicatezza del Giappone attraverso gli occhi di un pellegrino contemporaneo.
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