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Marisa Merz a Torino: due mostre per celebrare l’arte tra creazione ed esposizione

“L’arte esiste quando la crei o quando la esponi?” Me lo ha chiesto Marisa Merz, così, quasi per caso. Quelle parole, semplici ma profonde, si sono infilate nella mia testa e non ne sono più uscite. È successo nel 1987, la prima volta che l’ho incontrata, con l’idea di farle un’intervista. Ma con lei non si correva. Bisognava rispettare i tempi, leggere gli sguardi, lasciare che tutto accadesse senza forzature. Da allora, il nostro rapporto è diventato qualcosa di più: serate a Milano, cene tranquille, conversazioni che si facevano complicità, fatta di silenzi e scelte condivise. Marisa Merz, una delle voci più autentiche e inattese dell’arte del Novecento, viveva tra creazione e presenza, in un equilibrio che ancora oggi mi sfida.

La casa di Milano: un rifugio fragile e prezioso

La casa di Marisa in Piazza Sempione era un luogo delicato, quasi sospeso, dove i contorni delle cose sfumavano nella calma ovattata delle serate d’inverno. Le cene erano semplici, spesso basate su un fornelletto sul tavolo della cucina da cui uscivano lenticchie fumanti, un piccolo gesto di normalità che dava concretezza a quell’esistenza immersa nell’arte. Mario Merz, suo marito e scultore, completava il quadro con la sua gentilezza misurata: apriva la portiera della mia vecchia 500, chiedeva le chiavi con discrezione, si occupava dei dettagli senza fare rumore. Eravamo in pochi, loro due, qualche amico, in stanze colme di libri, oggetti e opere che respiravano insieme alle nostre conversazioni.

Gli incontri erano fatti di scambi continui, di idee da condividere, di lettere da leggere e rileggere. Marisa e Mario seguivano con attenzione tutto ciò che scrivevo per riviste come Artforum, Il Manifesto e Il Secolo XIX, chiedendo sempre di essere aggiornati per poter avere copie o commentare con cura. Le loro domande non erano semplici curiosità, ma piccoli lampi di riflessione, rispondere significava davvero entrare nel loro mondo.

L’arte come dialogo: domande che fanno pensare

“Un testo esiste quando lo pubblichi o quando qualcuno lo legge?” Questa domanda di Marisa è una chiave per capire come vedevano l’arte e la comunicazione. Nei nostri incontri tornava sempre questo dubbio: cosa dà vita a un’opera? Il momento della creazione, la sua esposizione, o la percezione di chi la guarda? Mario era più diretto e concreto, mentre Marisa apriva porte senza bussare, suggeriva senza imporre, lasciando a chi stava di fronte lo spazio per trovare le proprie risposte.

Le sue sculture, che rappresentavano volti umani, sembravano cambiare continuamente sotto i miei occhi, rivelando emozioni nascoste dietro l’apparente immobilità di una forma. In quei momenti ho capito qualcosa che poi ho cercato di raccontare: un’opera d’arte è un “soggetto” vivo e in movimento, non un semplice oggetto da contemplare in silenzio.

“Soggetto – Soggetto”: un laboratorio per l’arte che nasce

Nel 1994, insieme a Giorgio Verzotti, ho curato al Castello di Rivoli una mostra chiamata “Soggetto – Soggetto”, dedicata agli artisti emergenti che si sarebbero imposti sulla scena contemporanea. Quel gruppo di nomi oggi è una mappa preziosa: Arcangeli, Art Orienté Objet, Beecroft, Cattelan, Parreno, Tillmans, solo per citarne alcuni. La mostra è stata un luogo di dialogo e scoperta, costruito sul concetto che l’arte è relazione, presenza, incontro.

Nel confronto con Marisa è nato uno scambio fertile su questo tema, un modo per leggere opere che sembravano sempre cambiare pur restando uguali. È cambiato il mio sguardo, la mia percezione. Le sue domande, spontanee e legate alla vita e al lavoro degli artisti, hanno sostituito ogni intervista formale, creando uno scambio diretto e vero.

Tra arte e politica: confidenze nella dimensione privata

Nel lungo percorso di amicizia con Marisa e Mario si sono intrecciate anche riflessioni politiche e culturali, spesso condivise con Giorgio Galli, storico e marito dell’autrice. I momenti più profondi erano spesso nelle case di quest’ultimo, dove le parole scorrevano più libere e le idee prendevano forma. Le telefonate di Marisa non erano mai semplici appuntamenti, ma veri e propri accordi di tempo e pensiero che si evolvevano insieme.

Anche i momenti più quotidiani nascondevano questa sinergia: una volta, tornando da Torino a Milano nel 2024, avvolti dalla nebbia e dal silenzio della notte, abbiamo rotto la tensione con urla e grida sincere di paura e sollievo. Mario, al volante, ha scherzato su quei rumori, ricordandoci che solo dopo quelle esplosioni di emozione saremmo potuti tornare a parlare: un’immagine che riassume come vita, arte e rapporti umani si intreccino in modo indissolubile.

Oggi, tra le mostre a Torino che celebrano Marisa Merz, emerge il ritratto di un’artista complessa e sfaccettata, in dialogo continuo con il presente e il passato, con sé stessa e con il mondo. Un’eco che continua a far vibrare ogni angolo in cui si parla di arte contemporanea.

Redazione

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