A Palazzo Bonvicini, tra calli e riflessi d’acqua, tre artiste riscrivono la storia di Penelope. Non più solo la moglie fedele che attende, ma una figura di forza e volontà. Gayle Chong Kwan, Stephanie Blake e Kimiko Yoshida si immergono nel mito omerico per tirarne fuori qualcosa di urgente e moderno: l’autodeterminazione, la memoria che si fa quotidianità, la resistenza silenziosa. Tra installazioni che catturano lo sguardo e performance che scuotono, la mostra “Penelope. Her Journeys” rovescia il racconto tradizionale. Qui, la voce delle donne prende spazio, sfidando un mondo che da sempre predilige storie al maschile.
Nell’Odissea, Penelope è la donna che aspetta a Itaca mentre Ulisse è lontano, impegnato nel suo lungo viaggio dopo la guerra di Troia. Da sola regge la casa e deve fare i conti con i Proci, i pretendenti che vogliono sposarla per prendere il potere. La sua arma è la tessitura: promette di scegliere un marito solo dopo aver finito un sudario per suo suocero Laerte. Ma ogni notte disfa quello che ha lavorato di giorno, rimandando all’infinito la decisione. Dietro questo gesto c’è una volontà di autodeterminazione forte e inaspettata: Penelope prende in mano il suo destino, sfidando un sistema patriarcale. Il telaio, strumento della casa, si trasforma così in un simbolo di ribellione silenziosa e intelligente. La sua scelta diventa un atto sovversivo.
Con “The Lotus Eaters”, Gayle Chong Kwan crea un ambiente delicato e sospeso, che sembra un interno pieno di fragilità. Tessuti morbidi, toni scuri, oggetti di cucina e utensili domestici si intrecciano per raccontare la doppia natura del ruolo femminile tradizionale: sicurezza da un lato, ma anche pesanti aspettative e costrizioni dall’altro. Il titolo richiama i Lotofagi dell’Odissea, che perdono memoria e volontà mangiando il frutto di loto. Qui il pericolo è quello di perdersi dentro la routine quotidiana, di vedersi soffocare da un amore che può diventare una gabbia invisibile. L’installazione è una riflessione sul confine sottile tra appartenenza e isolamento, tra il prendersi cura e il dovere imposto.
Stephanie Blake sposta l’attenzione dalla tessitura alla scrittura. In “Penelope, the Storyteller”, un’installazione con tessuti blu che sembrano onde del mare, una macchina da scrivere diventa il cuore del racconto. Al centro, una scultura femminile sembra incarnare una Penelope moderna, complessa e autonoma. La domanda che Blake mette sul tavolo è semplice ma potente: come sarebbe andata se Penelope avesse raccontato lei stessa la sua storia? Tradizionalmente, la regina di Itaca è vista solo in relazione a Ulisse. Blake, invece, la immagina come protagonista della propria vicenda, capace di esprimere paure, desideri e voglia di libertà. La scrittura diventa allora lo strumento per far risuonare una voce femminile nuova, che si libera dalle narrazioni altrui.
L’opera di Kimiko Yoshida, “Après le massacre, la Réconciliation”, si concentra sul momento dopo il ritorno di Ulisse, quando la violenza ha lasciato ferite aperte. Al centro, una tavola imbandita sotto un lampadario rosa di vetro di Murano crea un’atmosfera da rito. Il colore, che richiama il fiore di rosa “Penelope” e i ciliegi giapponesi, parla di fragilità e speranza. Il pasto diventa un gesto simbolico di riconciliazione, un tentativo di ricucire legami spezzati dalla violenza. La performance “Le Dîner de Réconciliation” coinvolge ospiti che condividono il cibo, trasformando il convivio in un momento di ricostruzione collettiva. Yoshida mette in luce quanto sia delicato il processo di ricostruzione sociale, perché la fine della violenza non basta a riportare la pace.
“Penelope. Her Journeys” a Palazzo Bonvicini mette insieme tre voci artistiche che rinnovano un mito antico, guardando alle sfide delle donne di ieri e di oggi. Ambientazioni immersive, narrazioni e performance danno corpo a temi come attesa, autodeterminazione e memoria. Gayle Chong Kwan mostra la linea sottile tra cura e costrizione; Stephanie Blake racconta la resistenza come espressione personale e narrativa; Kimiko Yoshida esplora il rito e la collettività nella ricostruzione dopo il conflitto. La mostra, aperta fino al 31 gennaio 2027, invita a riflettere su come i miti antichi conservino ancora oggi un potenziale di rottura, offrendo alle nuove generazioni spunti per ripensare il ruolo e la voce delle donne nel presente.
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