A Piazza d’Armi, a Roma, si staglia un edificio residenziale che cattura subito lo sguardo: imponente, articolato, lontano dagli schemi consueti. È opera di Innocenzo Sabbatini, architetto nato a Osimo nel 1891, oggi poco ricordato ma fondamentale per l’architettura italiana del Novecento. Tra il 1925 e il 1926, Sabbatini ha modellato molte borgate popolari della Capitale, imprimendo un’identità che resiste al tempo. Non si tratta di un semplice revival: il suo lavoro fonde radici storiche – dal neomedievale al neoromano – con un linguaggio razionalista aggiornato. Lo scorso 23 maggio, al Centro Studi Giorgio Muratore di Roma, un incontro ha riacceso l’attenzione sul suo contributo, anticipando un volume monografico in arrivo nell’autunno 2026.
Sabbatini è un caso a parte tra gli architetti del suo tempo. Nato nel 1891, ha lavorato in un’epoca di grandi cambiamenti culturali e politici. Mentre il Movimento Moderno dominava la scena, lui ha scelto di restare legato ai valori classici, evitando di buttare via la tradizione. Clementina Barucci, curatrice del volume che lo riguarda, spiega come il suo modo di fare architettura sia stato spesso ignorato, proprio perché lontano dai linguaggi modernisti più in voga. Ma i quartieri romani come Piazza d’Armi, Garbatella, Monteverde e Tiburtino parlano chiaro: Sabbatini ha saputo dialogare con la storia, rielaborando forme medievali e romane con uno stile tutto suo. Tra i suoi lavori più noti c’è il Tiburtino II, la cosiddetta Casa del Sole, dove si vedono influenze razionaliste europee fuse a un gusto locale.
Per Sabbatini il classico non era roba da mettere in soffitta. Iacopo Benincampi ricorda come la sua visione si avvicinasse a quella del filosofo Benedetto Croce, che vedeva nell’arte un equilibrio tra forma e funzione, valutando la qualità attraverso “l’animo pacato” e la “chiarezza”. Al convegno romano è emersa una nuova consapevolezza sull’importanza di Sabbatini, con l’invito a superare pregiudizi ideologici che finora ne hanno oscurato il valore. Alcune sue opere sono già sotto la lente della Soprintendenza, che sta valutando la tutela degli edifici nei quartieri-giardino e nella Garbatella. Marco Falsetti ha sottolineato come Sabbatini abbia rivoluzionato l’urbanistica, progettando nel 1927 la piazza del lotto IX alla Garbatella: non un semplice spazio vuoto tra case, ma il cuore sociale del quartiere.
Un aspetto poco conosciuto ma decisivo del lavoro di Sabbatini riguarda le decorazioni scultoree delle facciate. Roberto Veneziani ha ricostruito il contributo di scultori come Giuseppe Martini, docente alla Regia Scuola Cristoforo Colombo, che ha realizzato molti dettagli artistici per i suoi progetti. Questi interventi danno un’ulteriore chiave per capire i complessi architettonici, inserendoli nel vivace panorama culturale romano degli anni Venti e Trenta. La ricerca recente scava in una sorta di controstoria dell’architettura romana, valorizzando figure dimenticate o messe in secondo piano dalle narrazioni ufficiali. Il recupero dell’opera di Sabbatini passa anche per i testi di Accasto, Fraticelli e Nicolini, che offrono una nuova lettura del Novecento italiano oltre i soliti schemi modernisti.
Terminata l’esperienza con l’ICP nel 1929 – probabilmente a causa di divergenze con il regime – Sabbatini si è dedicato al settore privato e agli edifici religiosi. Ha partecipato a concorsi importanti, come quello per la cattedrale della Spezia, e ha firmato chiese per la diocesi di Messina. Negli anni successivi ha realizzato cappelle funerarie e sarcofagi nel cimitero di Osimo, approfondendo il legame tra architettura e ritualità. Insieme al figlio ha lavorato sulle fabbriche sacre lungo la costa adriatica, come la chiesa del Sacro Cuore a San Benedetto del Tronto, dove si notano influenze dell’Alpine Architektur di Bruno Taut, evidenti anche nella chiesa di San Filippo Neri nella stessa città. Questo percorso mostra la versatilità di Sabbatini, capace di muoversi tra spazi pubblici e privati, residenziali e sacri.
Il critico Franco Purini inserisce Sabbatini in un quadro più ampio, accanto a protagonisti del Razionalismo e a figure “non allineate” come Armando Brasini e Marcello Piacentini. Purini sottolinea come Sabbatini abbia pensato i suoi edifici come vere e proprie “microcittà”, capaci di creare un’identità visiva e sociale nel tessuto urbano. Non si trattava solo di forme, ma di costruire senso di comunità attraverso l’architettura e lo spazio pubblico. Oggi questo approccio torna attuale, specie per la coesione sociale nei quartieri popolari. L’interesse crescente e l’avvio di misure di tutela segnano una nuova fase per il recupero dell’eredità di Sabbatini, che può diventare un modello di progetto integrato tra spazio, comunità e memoria.
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