Nel 1886 a Treviso nasceva Nino Springolo, figlio di un commerciante di tessuti con idee chiare sul futuro del figlio. Come tanti artisti dell’epoca, si trovò a dover sfidare le aspettative familiari, incastonate in un mondo borghese poco incline a sostenere passioni fuori dall’ordinario. Eppure, la pittura prese presto il sopravvento, trasformando la sua vita e il suo destino. Con uno sguardo attento e preciso, Springolo catturò il paesaggio e le persone del suo territorio, restituendo con nitidezza non solo i colori ma l’anima di una Treviso autentica, lontana dalle mode del momento. La sua arte non racconta solo immagini, ma storie di un tempo e di un luogo che ancora parlano, anche oltre i confini italiani.
Radici e colori: la formazione e il legame con Treviso
Springolo ha sempre mantenuto un rapporto stretto con la sua terra: le colline attorno a Treviso, il fiume Sile che attraversa la città, la gente che popolava quei luoghi. La sua pittura si sviluppa su un terreno solido, lontano dalle sperimentazioni più estreme ma frutto di un attento studio del colore. Nel saggio Nino Springolo. L’impressione decantata di Elisa Prete si parla di un artista che ha lavorato a un’“impressione decantata”: il colore è protagonista, mentre volumi e forme passano in secondo piano per lasciare spazio a un’atmosfera ben definita. Questo aspetto si vede soprattutto nei suoi paesaggi, dove il colore dà vita alle scene.
Springolo non si limitava a copiare ciò che vedeva, ma trasformava le impressioni visive in uno stile tutto suo. Non ha mai semplificato o stravolto il paesaggio per inseguire mode o linguaggi nuovi. Così, ha conservato la memoria del luogo e della sua gente, senza cedere a mode che allontanassero dall’esperienza diretta. Il suo obiettivo era chiaro: restituire un’immagine coerente e controllata di ambienti e volti che conosceva bene.
Mostra a Treviso: 140 anni dalla nascita e 50 dalla morte tra territorio e cultura europea
A Treviso, nel Museo Civico Bailo, prende forma un progetto espositivo dedicato a Nino Springolo per celebrare due ricorrenze importanti: 140 anni dalla nascita e 50 dalla morte. La mostra, intitolata Nino Springolo e “i due compagni”, è curata da Fabrizio Malachin, Eleonora Drago e Manlio Leo Mezzacasa e raccoglie oltre cento opere. L’obiettivo è duplice: da una parte mettere in luce l’indipendenza intellettuale dell’artista, dall’altra sottolineare il suo dialogo con i fermenti culturali europei del Novecento.
Springolo si confrontò con la pittura postimpressionista, studiando con attenzione il colore e muovendosi tra divisionismo e insegnamenti di Cézanne. Allo stesso tempo, il suo lavoro resta legato a forme antiche, che lo portarono, negli ultimi anni, a una pittura quasi naïf. Malachin evidenzia come Springolo non abbia mai perso la propria autonomia, rielaborando le influenze senza farsi trascinare da mode o facili entusiasmi. Il suo stile è sobrio, evita l’irruenza e costruisce un equilibrio armonioso tra luce e colore. Anche Dino Buzzati, pur brevemente, ha colto questa dedizione: Springolo sapeva fermarsi a lungo su dettagli minimi, come le sfumature di una foglia, lavorando con pazienza e rigore.
Quattro tappe nel percorso espositivo: paesaggi, ritratti e nature morte
La mostra al Museo Civico Bailo si articola in quattro sezioni ben distinte e complementari, che accompagnano il visitatore attraverso i temi principali del lavoro di Springolo. La prima è dedicata ai paesaggi, con opere come I monti con la neve e Canale presso la laguna . Quest’ultimo dipinto sfrutta una tecnica a tasselli, con pennellate orizzontali e verticali che creano movimento e densità di colore. Nei quadri degli anni Venti, come Casetta bianca in collina e Il campaniletto di Onè, si sente chiaramente l’influenza di Cézanne, ma filtrata da una visione personale che evita semplificazioni estreme o stilizzazioni. Elisa Prete sottolinea come questa scelta differenzi Springolo da Gino Rossi, sia nella resa materica sia nell’impostazione compositiva.
La seconda parte raccoglie ritratti, con pezzi come Signorina in viola e Giovane signora . Il primo mostra una posa naturale e informale, con una spalla fuori asse e un braccio appoggiato allo schienale. Il secondo ritratto cattura con delicatezza dettagli come i capelli a caschetto e il vestito rosso attraversato da tracce nere, in una tecnica pittorica granulosa. Questi ritratti raccontano senza enfasi ma con grande sensibilità la vita quotidiana. La terza sezione è dedicata alle nature morte, con esempi come Rose rosse , dove foglie rigogliose e colori intensi rivelano la vitalità che attraversa tutta la produzione anche in età avanzata.
I “due compagni”: Springolo, Gino Rossi e Arturo Martini a confronto
L’ultima sala della mostra si intitola I due compagni, dal romanzo di Giovanni Comisso, e racconta i rapporti di Springolo con altri protagonisti dell’arte italiana. Spiccano Gino Rossi e Arturo Martini, le cui opere dialogano con quelle di Springolo, mettendo in luce differenze e influenze.
Da Martini è esposto il gesso L’ubriaco , che mostra senza filtri la caduta fisica e mentale di un uomo vittima dell’alcolismo. Tra le opere di Rossi c’è Mestizia , presentata a Ca’ Pesaro nel 1911: una figura femminile in costume popolare, definita da una composizione a mandorla e da campiture piatte bordate da linee scure, richiamando Gauguin. Questi lavori instaurano un dialogo con il percorso di Springolo, evidenziando la sua posizione autonoma e originale in un panorama artistico italiano ricco di fermenti.
La mostra resterà aperta fino al 1° novembre 2026, offrendo un’occasione preziosa per scoprire da vicino un artista che ha portato avanti con coerenza e rigore la pittura figurativa del Novecento italiano, sempre con i piedi ben piantati nella sua terra e uno sguardo attento alla realtà e ai cambiamenti culturali del suo tempo.