Carol Rama a Rivoli: la delicata forza degli acquerelli tra corpo ed erotismo

Nella sala 29 del Castello di Rivoli, gli otto acquerelli di Carol Rama, realizzati tra il 1939 e il 1941, accolgono il visitatore con una delicatezza inaspettata. A prima vista, sembrano quasi innocui: linee sottili, colori tenui, un’apparente leggerezza. Ma basta uno sguardo più attento per scoprire corpi esposti, lingue, arti divaricati, sedie a rotelle. Eros e vulnerabilità si intrecciano senza mai urlare. Poco distante, spuntano gli oggetti fatti con camere d’aria, materiali industriali scelti da Rama dagli anni Settanta in poi. Opere distanti dai primi acquerelli figurativi, quasi provenienti da un altro pianeta. Eppure, un filo invisibile le lega: quel corpo – così esplicito all’inizio – si dissolve nelle forme astratte delle gomme, ma non smette di farsi sentire, di pesare.

Acquerelli rivelatori: il corpo che si mostra senza gridare

Gli acquerelli dei primi anni di Carol Rama raccontano subito una storia inquietante, nonostante la dolcezza del tratto. Il corpo, spesso deformato o segnato, è mostrato senza paura, con un erotismo che sfida le rigide censure del tempo. Opere come I due Pini del 1939 sono emblematiche di questa doppia natura: da lontano sembrano quasi timide, ma più le si osserva e più emergono immagini di fragilità e dolore. Marcella Beccaria, curatrice della mostra, sottolinea proprio questo contrasto tra la delicatezza del disegno e la profondità del contenuto, una chiave fondamentale per capire Rama.

Le figure di questi acquerelli racchiudono forti contraddizioni: sono un ritratto coraggioso del corpo femminile, vulnerabile ma anche provocatorio. Non si tratta solo di raccontare malattia o disagio, ma di usare un linguaggio visivo che esplora desiderio e sofferenza senza cadere nella retorica. Questi lavori sono rimasti a lungo quasi nascosti, poi sono stati riscoperti nel 1979 alla Galleria Martano, dove vennero messi accanto alle sperimentazioni con la gomma, creando un dialogo che non si lascia spiegare con facilità.

Camere d’aria e gomme: materiali industriali, corpo nascosto

La seconda parte della mostra mette a confronto due momenti creativi molto diversi: gli acquerelli di gioventù e le sculture con camere d’aria. Opere come Movimento e immobilità di Birman e Il chiodo di Corrado raccontano un percorso che si sposta dal corpo visibile a una forma di astrazione fatta di materiali poveri.

Se nelle prime opere il corpo è esplicito, quasi urlante, nelle sculture di gomma non si riconosce più la figura umana, ma la sua presenza resta nascosta, latente. La gomma si tende, si strappa, si ricuce, evocando la carne senza rappresentarla direttamente. Un modo per mantenere viva la corporeità, trasformata e rielaborata in forme non figurative.

Mettere a confronto queste due fasi non significa raccontare una crescita lineare, ma mostrare una tensione continua tra corpo e astrazione. La mostra non cerca di spiegare quello che potrebbe sembrare un salto incoerente, ma ne mette in luce la ricchezza. Rama non abbandona il corpo: lo trasforma, lo nasconde, lo fa riaffiorare attraverso materiali che rimandano a esperienze di dolore, desiderio e memoria.

Carol Rama: un’artista fuori da ogni schema

Definire Carol Rama “artista outsider” è riduttivo. La sua carriera è stata tutto tranne che nascosta: ha esordito alla Biennale di Venezia nel 1948, esposto al MAC nel 1951 e ha ricevuto il Leone d’oro alla carriera nel 2003. Ha partecipato attivamente al dibattito artistico in Italia, dialogando con movimenti d’avanguardia e grandi personalità.

Eppure, Rama sfuggiva a qualsiasi classificazione netta. Ha attraversato senza mai fermarsi astrazione, arte povera e ritorno alla figurazione, mantenendo uno stile irregolare, senza continuità riconoscibile. Questa sua “eccedenza” rendeva difficile inserirla in movimenti o gruppi precisi. La sua arte si costruisce su brusche cesure stilistiche, non su un segno omogeneo.

Il desiderio, la malattia, la memoria materiale attraversano tutta la sua produzione, indipendentemente dalla forma. Proprio in questa complessità sta il valore della mostra al Castello di Rivoli: non una celebrazione rassicurante, ma un’esposizione che accoglie le contraddizioni e le lascia aperte nel tempo.

Femminismo e arte: una chiave di lettura, non un’etichetta

L’approccio femminista a Carol Rama è ormai riconosciuto dagli studi critici, ma non può diventare l’unica chiave di lettura. Le sue immagini di corpi femminili sono radicali: genitali, bocche spalancate, protesi, corpi che sfidano le regole patriarcali.

Rama però non si è mai dichiarata femminista. Un episodio significativo è il suo scetticismo verso la mostra tutta al femminile Inside the Visible negli anni Novanta, dove reagì con sorpresa e un certo distacco. Per lei quelle etichette erano legate a vecchi discorsi da cui voleva prendere le distanze.

Questa ambivalenza fa sì che la lettura femminista sia utile e stimolante, ma non un recinto. Il rischio sarebbe trasformare Rama in un’icona postuma di un movimento che forse lei stessa avrebbe rifiutato. La sua arte resiste a ogni tentativo di incasellamento rigido, mantenendo una vitalità che sfida le dicotomie e invita a interpretazioni più sfumate.

Vita, ricordi e mito: la biografia senza prigionie

La biografia di Carol Rama resta un elemento importante, ma la mostra evita di ridurre la sua arte a semplice autobiografia. I riferimenti all’ospedale psichiatrico “Due Pini”, dove fu ricoverata la madre Marta, o ai ricordi legati al padre Amabile, imprenditore suicida, sono chiari ma non esauriscono il senso dell’opera.

Marcella Beccaria sottolinea come la figura pubblica di Rama, il suo appartamento a Torino, i rapporti con architetti come Mollino e artisti come Man Ray e Picasso, abbiano spesso preso il sopravvento sull’arte stessa. Rama era un’abile narratrice e amava intrecciare storie, costruendo una personalità enigmatica.

Questo gioco tra mito e realtà sposta il focus dal dato personale alla forza dell’immagine. Il corpo che si avverte nelle camere d’aria o nei segni degli acquerelli non è solo un simbolo da decifrare, ma una presenza viva, una memoria che resiste al tempo e a ogni tentativo di semplificazione.

L’installazione Dorina e gli altri mette in luce proprio questa tensione: le opere conservano contraddizioni e si disturbano l’una con l’altra, senza farsi rinchiudere in categorie fisse. Così vita e arte di Carol Rama continuano a raccontare una complessità che sfugge a ogni etichetta.

Change privacy settings
×