Le bombe lontane rimbombavano come un’eco costante, mentre i giorni si spezzavano uno dopo l’altro, lenti e pesanti. Bartolo Cattafi aveva poco più di vent’anni quando ha cominciato a mettere insieme versi, quasi come se fosse un’esplosione improvvisa nel silenzio di quegli anni difficili. Figlio di un medico morto prima ancora che nascesse, cresciuto in una famiglia borghese siciliana con una madre sola a sostenerlo, Cattafi ha attraversato il Novecento italiano con la forza delle sue parole. Eppure, oggi, il suo nome è quasi scomparso dalla memoria comune. Dietro ogni sua poesia, si nasconde una storia di Milano, Messina, guerra e solitudine, un racconto che racconta, in fondo, l’Italia stessa.
Dalle radici siciliane agli anni di formazione a Roma
Bartolo Cattafi nasce a Barcellona Pozzo di Gotto, in Sicilia, nel 1922. La sua infanzia è segnata dall’assenza: il padre, medico, muore quattro mesi prima che lui venga al mondo. La madre, Matilde Ortoleva, lo cresce in un ambiente borghese ma ricco di stimoli culturali. Fondamentale nel suo percorso è lo zio Enrico Barresi, che lo introduce al mondo artistico romano, frequentando la casa del futurista Guglielmo Jannelli. Qui incontrerà figure come Giacomo Balla e Fortunato Depero, protagonisti delle avanguardie che lasceranno un’impronta indelebile nel suo immaginario.
Dopo aver finito gli studi classici, nel 1940 si iscrive a Giurisprudenza a Messina, ma la legge non lo appassiona come la letteratura. Preferisce immergersi in autori come Melville e Faulkner, tenendo sempre d’occhio la scena italiana, da Pavese a Pirandello. Poi arriva la guerra: richiamato nel 1943, il rigore militare lo schiaccia fino al collasso nervoso, che lo riporta in Sicilia. Ed è proprio in quel dolore che la poesia comincia a prendergli la mano.
La guerra che accende la poesia: i primi versi nel mezzo del conflitto
La Seconda Guerra Mondiale cambia per sempre il modo in cui Cattafi guarda al mondo. Racconta che le prime poesie nascono quasi per caso, come uno sfogo necessario. Tra il fragore delle bombe e il volo degli aerei, la morte diventa parte del paesaggio: “era come un pesco fiorito, un falco sulla gallina, una lucertola che guizza”. La natura si mescola alle tragedie umane, alle emozioni forti, alle immagini vivide, dando vita a versi che nessuna tragedia potrà mai cancellare.
Nel 1947 prova a stabilirsi a Milano, dove lavora nella pubblicità senza però trovare il suo posto. Ma è nel vivace ambiente culturale milanese che incontra scrittori come Sergio Solmi e Vittorio Sereni e inizia a pubblicare su riviste poetiche, tra cui Pagine Nuove, che nel 1949 ospita sette sue poesie. È l’inizio della sua affermazione nel panorama letterario.
Dal successo alla lunga pausa: tra poesia, pittura e vita rurale
Nel 1952 esce la sua prima raccolta, Nel centro della mano, spinta da Vittorio Sereni. Seguono pubblicazioni importanti: Partenza da Greenwich racconta i suoi viaggi in Europa e Africa e segna la crescita anche come giornalista. Nel 1958 Mondadori pubblica Le mosche del meriggio, che raccoglie poesie degli anni precedenti e gli vale il Premio Cittadella. Il suo momento più alto arriva nel 1964 con L’osso, l’anima, considerato da molti il suo capolavoro.
Poi arriva una svolta inaspettata: la vendita di alcuni terreni in provincia di Messina gli assicura una rendita, e per quasi dieci anni Cattafi mette da parte la poesia per dedicarsi alla pittura e alla fotografia. Un lungo silenzio creativo, vissuto nelle campagne del paese natale insieme alla moglie Ada.
Il ritorno in poesia e la fine prematura
Nel marzo 1971 Cattafi torna alla scrittura con una forza nuova. Racconta di essere stato “morso dalla tarantola” e di aver scritto quasi quattrocento poesie in pochi mesi. È un ritorno potente, segnato dalla stessa urgenza di sempre. Da allora non si fermerà più, fino al 1978, quando gli viene diagnosticato un tumore al polmone.
I critici, come Diego Conticello, hanno descritto la sua poesia come un’indagine attenta e precisa, capace di restituire la realtà con concretezza e sensibilità. Nel 2022 Le Lettere ha ripubblicato L’osso, l’anima, mostrando ancora oggi la forza e la delicatezza di Cattafi.
Bartolo Cattafi resta un nome che incarna l’anima profonda del secondo Novecento italiano, un poeta nascosto nelle pieghe della storia, lontano dai riflettori ma imprescindibile per chi vuole capire la letteratura del secolo scorso. La sua vita, segnata da lutti, solitudini e tempi difficili, si traduce in parole che resistono al tempo.