Milano anni ’80: Arienti e Mazzucconi tra arte e fabbriche abbandonate nella mostra One Art, Please!

Nel 1984, una vecchia fabbrica abbandonata a Milano si trasformò in un laboratorio di idee e provocazioni. Lì, Stefano Arienti e Marco Mazzucconi si incontrarono per la prima volta, due giovani artisti pronti a sfidare le regole della pittura tradizionale. Trent’anni dopo, quel gesto di ribellione torna a vivere nel cuore di Lugano, alla Galleria Primo Marella. La mostra “One Art, Please!” è molto più di un’esposizione: è un racconto di amicizia, ironia e sperimentazione che attraversa decenni. Arienti e Mazzucconi, con le loro opere recenti, ci ricordano che l’arte può essere leggera e profonda insieme, un ponte tra passato e presente.

Dove tutto è cominciato: la Milano delle fabbriche vuote

La storia parte da una fabbrica abbandonata a Milano, la Brown Boveri, occupata nel 1984 da un gruppo di artisti e studenti desiderosi di trasformare quegli spazi industriali in luoghi d’arte. Stefano Arienti ricorda bene quell’atmosfera: un gruppo di architetti e creativi guidati da Corrado Levi, docente che portava idee fresche da New York, lontane dalle rigide accademie. L’occupazione fu a metà strada tra clandestinità e iniziativa pubblica, tanto da attirare l’attenzione di stampa e tv. Fu un momento collettivo, un laboratorio a cielo aperto dove l’arte diventava azione sociale e sperimentazione. Quell’esperienza intrecciò tempo, spazio e persone, tra cui Arienti, Mazzucconi e altri giovani destinati a lasciare il segno.

Le lezioni di Corrado Levi al Politecnico rafforzarono questo spirito anticonformista. Levi ruppe gli schemi tradizionali, portando in aula artisti, musicisti, performer e intellettuali, trasformando il campus in un vero e proprio crocevia di performance e stimoli. Arienti ricorda nomi come Tony Cragg, Daniel Buren e Rammellzee, protagonisti di un fermento culturale fuori dal comune. La moglie di Levi, Antonella, spinse gli studenti a esporre in spazi non convenzionali, creando così una rete di mostre che sfidava le gallerie tradizionali e apriva nuovi orizzonti.

Arienti e Mazzucconi: affinità e differenze di un’intesa artistica

Pur condividendo origini e un approccio ironico verso le rigide regole del sistema dell’arte, Arienti e Mazzucconi hanno mantenuto strade e poetiche diverse. Entrambi hanno evitato l’arte seriosa e autoreferenziale, preferendo una libertà espressiva fatta di leggerezza e gioco. Mazzucconi parla di un’arte “non assertiva”, un “trastullarsi” creativo che trasforma le idee in immagini con un’energia quasi infantile. I suoi schizzi e disegni richiamano il mondo del fumetto e della vita quotidiana sdrammatizzata. Arienti, invece, usa materiali come giornali piegati e plasticine per creare immagini che sfidano la percezione e mettono in discussione il senso stesso della pittura.

Il loro rapporto supera le categorie rigide: non cercano mai un messaggio politico o un’idea da imporre, preferiscono lasciare il campo aperto a più interpretazioni. Rifiutano l’autoreferenzialità e uno stile unico, giocando con la percezione e con simboli classici trasformati in oggetti ironici. La loro arte si è costruita lontano dall’arte politica o dall’arte povera, spesso osteggiate dai gruppi più tradizionalisti, come raccontano loro stessi. In sostanza, Arienti e Mazzucconi scavano nelle ambiguità del fare artistico senza pregiudizi.

Dagli anni Ottanta a oggi: un salto nel presente

Il confronto con il presente passa anche dalla memoria degli anni Ottanta, quando l’arte si comunicava soprattutto a voce, con il passaparola e poche riviste specializzate. Arienti ricorda un periodo di incertezza personale, di timidezza nell’approccio al mestiere d’artista, ma anche di curiosità da parte di un pubblico piccolo ma attento. Le prime mostre, dalle collettive del 1985 alle personali negli studi milanesi, portarono alla partecipazione alla Biennale di Venezia del 1990. Mazzucconi sottolinea come quegli anni fossero fatti di ondate creative alternate a momenti di riflessione, costruendo un corpus vario e mai monotono.

Oggi la comunicazione artistica è cambiata radicalmente, con i media digitali e i social che amplificano la visibilità. Ma i due artisti restano fedeli a un modo di lavorare che punta all’ambiguità e all’apertura. L’arte non è più un circuito chiuso, ma una piattaforma vasta, sebbene il rischio di sovraesposizione sia evidente. Mercato e modelli espositivi sono mutati, ma la ricerca di autenticità e ironia rimane una costante per Arienti e Mazzucconi.

“One Art, Please!”: un nuovo capitolo del loro dialogo

Le opere in mostra a Lugano incarnano questa doppia anima: leggerezza e riflessione. Mazzucconi presenta nuovi dipinti che ritraggono quadri astratti dentro spazi espositivi immaginari, quasi una scena metafisica sulla pittura stessa. Con “One Art, Please!” propone schizzi veloci, pochi tocchi di colore e accenni di cornice, un gioco che sorride all’idea di come la pittura astratta viene vista nella vita di tutti i giorni. Il suo lavoro recupera la freschezza del fumettista senza cadere in formalismi o stili riconoscibili.

Arienti, invece, si affida a materiali di recupero come giornali e plasticine, inserendo nelle sue opere un tocco infantile ma studiato, capace di ribaltare le aspettative tradizionali. Entrambi vedono questa mostra come un’occasione di dialogo e rinnovamento, per ribadire la propria distanza dai circuiti dominanti e dalle mode passeggere. La loro complicità si esprime nella volontà di mantenere un’arte viva, aperta e mobile, che coinvolga lo spettatore senza imporre risposte definitive.

Danza, letteratura e arte: le passioni di Mazzucconi

Marco Mazzucconi ha una forte passione per la letteratura: autori come Tomasi di Lampedusa e Shakespeare hanno nutrito la sua immaginazione. Il suo approccio narrativo, con più punti di vista alla Elmore Leonard, si traduce nel desiderio di evitare un ruolo d’autore rigido nelle sue opere. Per lui l’arte è uno spazio fluido, aperto a molte interpretazioni, dove far emergere suggestioni diverse.

Un’altra passione importante è la danza, in particolare la salsa, che pratica con entusiasmo. Il ballo lo interessa per la relazione che crea tra le persone, fatta di improvvisazione e scambio sensoriale. Questa esperienza si lega metaforicamente al suo modo di fare arte, che vuole costruire un’intimità percettiva con chi guarda, basata su equilibri dinamici e momentanei. Arte e danza restano due mondi separati, ma si influenzano nel suo modo di concepire un’arte che rifiuta regole rigide e copioni già scritti.

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