«Davvero qualcuno ha pianto la morte di Internet?» È la domanda che aleggiava nei sotterranei della Fondazione Merz a Torino, lo scorso 18 settembre. Tra luci soffuse e suoni ovattati, Riccardo Benassi ha messo in scena un addio simbolico alla rete: un funerale immaginario, lontano dal cliché delle cerimonie tradizionali. L’installazione, dal titolo enigmatico Le ultime fabbriche rimaste in lontananza intonano gospel ripetitivi…, ha trasformato lo spazio in una sorta di camera ardente per un’entità invisibile ma onnipresente. Intorno, figure vibranti chiamate Tecnosistemix richiamavano le infrastrutture delle telecomunicazioni, quasi a incarnare il cuore pulsante di un mondo digitale che sembra aver tradito le sue promesse originarie. Commissionata da Xing insieme alla GAM di Torino, l’opera ha scatenato un dibattito acceso: stiamo davvero seppellendo Internet, così com’è, o qualcosa di più profondo, la speranza di uno spazio libero e condiviso?
Quando l’arte sfida il senso di festa
FESTA, il progetto curato da Silvia Fanti e Daniele Gasparinetti per Xing, si propone di creare nuovi modi di celebrare, unendo arte e ricorrenze mai viste prima. Benassi è stato invitato per il secondo appuntamento proprio perché la sua ricerca si intreccia con l’era digitale vissuta appieno da un millennial. La sua sensibilità artistica e teorica lo rende il candidato perfetto per raccontare il rapporto tra tecnologia e vita quotidiana, rovesciando l’idea che “festa” significhi solo party o divertimento. Qui si vuole esplorare il confine tra celebrazione e riflessione, offrendo uno spunto sia personale che collettivo sul futuro di Internet.
Un punto chiave dell’intervento di Benassi è la differenza tra la morte di Internet come rete tecnica e quella dell’ideale che fin dall’inizio l’ha accompagnata: uno spazio libero, collaborativo, senza un centro unico. La “camera ardente” diventa così una metafora, un momento sospeso per accogliere la complessità di questo cambiamento senza ridurlo a un semplice scontro tra progresso e declino.
La festa su misura: tra spontaneità e progetto
Organizzare una festa su commissione è un paradosso. Le feste nascono per celebrare eventi condivisi, mentre FESTA chiede agli artisti di inventare nuove forme di ricorrenza. L’idea, che risale ad Alberto Boatto negli anni Settanta, qui si rinnova: l’opera d’arte non racconta la festa, ma diventa essa stessa un evento unico, vivo e sperimentale.
Questa tensione tra improvvisazione e controllo si riflette anche nel pubblico. Si può muoversi liberamente, stare, uscire, mangiare o bere, ma tutto si svolge in uno spazio pensato e strutturato. Non è caos, ma una drammaturgia che lascia spazio all’autonomia, una libertà controllata che invita a “vivere” l’evento senza imposizioni.
Corpo, presenza e partecipazione: il cuore di FESTA
La fisicità della partecipazione è centrale per Xing. L’arte non è solo da guardare passivamente, ma si costruisce attraverso corpo e sensi. Per questo in FESTA si possono fare cose insolite in un contesto culturale tradizionale: mangiare, bere, muoversi liberamente. Queste azioni diventano parte del processo creativo e dell’attenzione collettiva, soprattutto in tempi segnati da isolamento e distanza sociale.
Gli eventi sono gratuiti e aperti, pensati come esperimenti di convivenza e sguardo condiviso. Non cambieranno la società da un giorno all’altro, ma sono piccole prove per trovare nuovi modi di stare insieme, ascoltare e agire in un mondo complicato.
Internet in camera ardente: tra realtà e futuro incerto
L’idea di mettere Internet in una “camera ardente” non è univoca. Non si celebra la fine tecnica della rete, che continua a esistere e a crescere, ma si riflette su cosa resta di quell’idea originaria: quanto della promessa è ancora vivo e quanto invece è andato perduto. Benassi mette in scena una tensione tra il ricordo ideale e la realtà attuale, tra speranze iniziali e delusioni di oggi.
Questo rito simbolico mette a nudo un cortocircuito: uno strumento nato per unirci appare ora come un corpo da seppellire, o almeno da interrogare. Per non perdere di vista la distanza tra la promessa e quello che è diventato. La salma è un’immagine aperta, un enigma che invita a pensare a fondo alle trasformazioni sociali, culturali e tecnologiche che ci coinvolgono tutti.