Nelle sale da poco, il nuovo Resident Evil si presenta come una sorpresa inattesa. Dietro la macchina da presa c’è Zach Cregger, già noto per Barbarian e Weapons, che abbandona le vecchie ricette a base di azione e fantascienza per un tono diverso. Non è più solo adrenalina e effetti speciali: questo film racconta il disagio di un’intera generazione, i millennial, come mai prima nel mondo del franchise ispirato ai videogiochi Capcom.
Bryan, interpretato da Austin Abrams, si muove in una città infestata da zombie, con risorse scarse e armi da trovare, proprio come in un survival horror videoludico. Ma chi pensa a una storia lineare e a un eroe tradizionale rimarrà deluso. Bryan è l’anti-eroe, un giovane impreparato alle sfide concrete, un millennial che incarna le difficoltà di adattarsi al mondo reale. Il film gioca tutto su questo contrasto: la realtà dura contro le esperienze digitali, evidenziando l’incapacità, quasi inevitabile, di Bryan di farcela davvero.
Resident Evil, l’arte del fallimento in un videogioco
Il nuovo Resident Evil si concentra su un tema centrale nel mondo dei videogiochi di oggi: il fallimento come parte fondamentale dell’esperienza. Il teorico danese Jesper Juul, nel suo libro The Art of Failure, spiega come i giocatori scelgano consapevolmente di affrontare situazioni di continua frustrazione e insuccesso. Nonostante il desiderio naturale di riuscire, milioni di persone ogni giorno si mettono alla prova in ambienti sicuri dove perdere fa parte del gioco.
Il film segue questa idea, perché Bryan è il giocatore che sbaglia, cade e fatica a rialzarsi. Le sue difficoltà rispecchiano la teoria di Juul: il film mostra il paradosso di chi cerca di superare l’incapacità attraverso tentativi ed errori. Ma qui, a differenza del gioco, il fallimento ha conseguenze più pesanti. Il cammino di Bryan è pieno di passi falsi che rallentano il suo progresso e la sua crescita personale. Così Resident Evil diventa un esperimento narrativo che usa l’estetica del fallimento per raccontare qualcosa di vero sul rapporto tra individuo e società.
Horror “cringe” e critica sociale: il volto impietoso della generazione millennial
Resident Evil non è solo un horror classico. Cregger ha deciso di mescolare al film una buona dose di commedia nera e situazioni imbarazzanti che mettono in luce l’inadeguatezza dei personaggi. Bryan, che si definisce un videogiocatore esperto, non riesce mai a trasformare l’esperienza accumulata davanti allo schermo in abilità reali per sopravvivere. Ogni volta che conquista un successo, il film lo fa subito sprofondare in nuovi fallimenti, sottolineando una condizione che è insieme drammatica e grottesca.
Il corpo e le reazioni di Austin Abrams spesso sfiorano lo slapstick, come in una commedia degli errori ambientata in un mondo distrutto. L’horror si tinge di un senso di “cringe”: lo spettatore prova disagio davanti a persone impreparate, indifese e a tratti ridicole nelle loro azioni. Raccoon City diventa così una metafora di una generazione che ha passato ore a sparare nei videogiochi ma non sa gestire una situazione reale. Questa riflessione sociale emerge in modo netto, trasformando Resident Evil in una critica mascherata da horror.
Bryan e i suoi compagni rappresentano una comunità di mediocrità e scarsa autonomia. Il film mette a nudo questa fragilità senza nasconderla dietro effetti speciali o colpi di scena. Il risultato è una pellicola che, pur restando nel genere horror, cambia la percezione del “survival” trasformandolo in una parabola sull’esistenza ai nostri giorni.
Resident Evil si distingue così per un tono originale, lontano dai soliti remake o sequel. La scelta di raccontare una crisi personale e collettiva rende questo film un pezzo interessante e diverso nel panorama attuale del cinema tratto da videogiochi.