Il 29 settembre 2026, Nino Migliori spegnerà cento candeline. Cento anni vissuti intensamente, con la macchina fotografica sempre a portata di mano, pronti a catturare l’Italia che cambiava. Nato a Bologna nel 1926, Migliori ha attraversato un secolo di trasformazioni, intrecciando la sua storia personale con quella di un Paese in ricostruzione.
Cresciuto in un’epoca segnata dal fascismo, ha iniziato a scattare nel 1948, quando l’Italia cercava di rialzarsi dalle macerie della guerra. Il suo sguardo non si è mai fermato alla semplice cronaca; dietro ogni immagine c’è una tensione artistica, una sperimentazione continua. Ha saputo fondere il realismo crudo del dopoguerra con un’originalità che ancora oggi sorprende. Un vero viaggiatore tra memoria e innovazione.
Tra neorealismo e sperimentazione: gli esordi a Bologna
Dopo la Seconda guerra mondiale, in Italia emerge una nuova generazione di artisti e fotografi che vogliono raccontare la vita di tutti i giorni con sincerità. È in questo clima che Migliori comincia il suo percorso. Bologna, la sua città, resta un punto di riferimento costante. Qui si vivono fermenti sociali e culturali che lui coglie con uno sguardo attento, ritraendo “gli uomini di Emilia” con rispetto e umanità.
Negli anni Cinquanta, il suo lavoro mostra due facce. Da un lato, il reportage, ricco di realismo e dignità, che dà voce alle persone delle diverse regioni italiane. Dall’altro, la sperimentazione con tecniche nuove: i “fotogrammi”, il foro stenopeico, i “cliché verre”, e le sue invenzioni come “Ossidazioni”, “Pirogrammi” e “Idrogrammi”. Un dialogo continuo con la tradizione artistica ma anche con la voglia di innovare.
Le frequentazioni con ambienti artistici veneziani, e con personaggi come Tancredi ed Emilio Vedova, lo mettono in contatto con le tendenze più avanzate dell’arte contemporanea. La sua presenza a Palazzo Venier dei Leoni, da Peggy Guggenheim, è un passaggio chiave per la sua crescita artistica. Allo stesso tempo, l’amicizia con artisti bolognesi come Vasco Bendini e Luciano Leonardi amplia il suo orizzonte.
Il 1968 e “Antimemoria”: la fotografia che pensa
Il 1968 segna una svolta importante per Migliori e per la fotografia italiana. Con la serie “Antimemoria” propone un lavoro concettuale di grande rilievo, che riflette sul ricordo e sul suo smantellamento, ispirandosi al pensiero di André Malraux. Questo lavoro diventa uno dei momenti fondamentali della fotografia concettuale in Italia, dove l’immagine si fa strumento di riflessione e critica.
Migliori va oltre la semplice testimonianza visiva, aprendo nuove strade in cui la fotografia si interroga su memoria, percezione e realtà. Al tempo stesso, continua a raccontare la vita con serie come “Gente dell’Emilia” e “Gente del Sud”, dove l’uomo resta protagonista. L’incontro con il lavoro di Paul Strand, in particolare “Un paese”, ha segnato profondamente la sua visione: la fotografia come strumento di dignità e impegno sociale.
Negli anni Novanta, Migliori non si ferma. Chi lo ha conosciuto in quel periodo ricorda la sua cortesia, la disponibilità e la passione per la fotografia. Tra gli episodi più significativi c’è uno scambio di libri con Luigi Ghirri, segno di un ambiente culturale vivo e collaborativo.
Dal ’77 al gruppo Abrecal: insegnare e innovare
Nel 1977 arriva la prima grande mostra antologica dedicata a Migliori, curata da Arturo Carlo Quintavalle al Centro studi e archivio della comunicazione di Parma . L’esposizione diventa un punto di riferimento per chiunque voglia approfondire il suo lavoro, mettendo in luce la complessità e la profondità delle sue ricerche.
L’anno dopo, nel 1978, Migliori diventa docente di Storia della Fotografia all’Università di Parma. Per più di cinquant’anni si dedica all’insegnamento, formando generazioni di fotografi e studiosi. Il deposito di gran parte della sua opera al CSAC sottolinea il valore della sua testimonianza e assicura la conservazione del suo lavoro.
Nel 1979 partecipa a “Venezia 79 La fotografia”, una rassegna che mette sotto i riflettori le sperimentazioni fotografiche degli anni Settanta, segnando un passaggio importante tra ricerca e nuove forme espressive.
Tra il 1982 e il 1991 fonda il gruppo Abrecal – Gruppo Ricerca Percezione Globale, un ponte tra generazioni. Il nome, un anagramma della storica rivista futurista “Lacerba”, racchiude un progetto che coinvolge giovani artisti e sperimentatori con cui Migliori condivide idee e tecniche.
Cento anni e la voglia di continuare: lo “Zoo fotografico” e oltre
Negli ultimi vent’anni, Migliori non ha mai smesso di cercare nuove strade. Dal 2006, a ottant’anni suonati, si dedica a un progetto sulle sculture di animali del Battistero del Duomo di Parma. “Zooforo” prende spunto dal bestiario medievale di Benedetto Antelami, approfondito da Quintavalle. Un lavoro che mette insieme tradizione e modernità, un dialogo tra passato e presente.
Parallelamente, ha sperimentato i ritratti in condizioni di buio, ampliando le possibilità espressive della fotografia. Sul piano tecnico, ha continuato a cercare nuove soluzioni, confermandosi un innovatore.
A cento anni, Nino Migliori è un esempio di dedizione, curiosità e rigore. La sua vita attraversa sette decenni di fotografia, con un legame saldo con la storia dell’arte e un continuo aggiornamento sulle trasformazioni del linguaggio visivo. Ogni tappa del suo percorso racconta qualcosa di fondamentale sull’evoluzione culturale italiana nel Novecento e oltre.