Arte e maternità: quando il latte materno ispira sei artiste alla mostra in Costa Azzurra

Nel cuore di Haut-de-Cagnes, un borgo medievale che si affaccia sulla Costa Azzurra, sei artiste raccontano la maternità attraverso materiali grezzi e performance intense. La Maison des Artistes de Cagnes-sur-Mer ha aperto le porte a Nourri de mon lait, una mostra che resta visibile fino al 2026 e che intreccia la vita materna con la creatività più materica. Al centro di questo progetto c’è Lada Neoberdina, artista e curatrice russa, che da quasi vent’anni vive in Francia. Da quando è diventata madre, ha iniziato a osservare il corpo, il tempo e il nutrimento con occhi nuovi, trasformando queste esperienze in opere che oscillano tra il personale e il politico.

Il risultato è un dialogo aperto tra biologico e simbolico, tra individuale e collettivo, che affronta la maternità come un tema femminista e ecologico. Lada ha scelto artiste capaci di esplorare il confine sottile tra cura e creazione, portando alla luce le molte sfaccettature dell’essere madri e artiste oggi.

MDAC: laboratorio aperto sulla maternità nell’arte contemporanea

La Maison des Artistes di Cagnes-sur-Mer, da sempre impegnata in progetti collettivi, ha aperto uno spazio espositivo pensato come “sala comune” per indagare le tante sfaccettature della maternità. Qui Neoberdina ha raccolto cinque colleghe per tessere un racconto corale che attraversa materiali e linguaggi diversi: dal disegno alla ceramica, dalla pittura agli oggetti-ricordo.

Il MDAC si trova nel suggestivo borgo di Haut-de-Cagnes, un contesto che stimola la ricerca artistica su temi sociali e culturali. Fino al 4 ottobre, il dialogo tra le artiste si trasforma in un processo di co-creazione che riflette sul nutrire come gesto primordiale e simbolico. Sotto la guida della curatrice generale Anne Sechet, la mostra Cru Cuit Miam and Other Sharing Spaces 2 ha inserito questa iniziativa in un discorso più ampio sulle forme di condivisione e relazione.

Il progetto si snoda tra installazioni, performance e dipinti focalizzati sul corpo materno, sull’allattamento e sulla cura come gesto quotidiano e universale. Questa mostra diventa così un momento di riflessione collettiva, che va oltre il racconto personale per offrire una visione ampia e plurale della genitorialità.

Lada Neoberdina: materie naturali e performance dal post-partum

Neoberdina ha iniziato la sua ricerca artistica partendo dal proprio corpo di madre, in particolare dall’allattamento, trasformando il latte materno in materiale vivo per la sua arte. Il latte diventa al tempo stesso soggetto e mezzo, carico di significati simbolici e biologici. L’esperienza intensa del post-partum l’ha spinta a lavorare con fluidi corporei e materiali vegetali per raccontare questa condizione attraverso un’estetica unica.

Un momento cruciale del suo lavoro nasce dalla paura di non poter più nutrire il figlio dopo un quasi annegamento, che l’ha portata a creare una scorta di latte congelato, poi usata nella performance Ice Embroidery. Milk. Qui il latte diventa ghiaccio, fragile e destinato a sciogliersi, proprio come molte sfumature della maternità legate al tempo, alla cura e alla precarietà del quotidiano.

I ritmi del lavoro in studio seguono quelli dei sonnellini del bambino. Anche il piccolo aiuto del figlio, nel taglio del cavolo rosso per ricavare pigmenti o nel disegno sul muro, racconta una sinergia profonda tra vita familiare e creatività. Nelle sue opere convivono materiali e tecniche diverse: disegni a terra con pigmenti organici, tracce effimere d’inchiostro vegetale viola, cubetti di latte che si dissolvono nel tempo, simboli di una cura invisibile ma essenziale.

Sei artiste, un unico dialogo su nutrimento e maternità

Accanto a Neoberdina, la mostra riunisce Svetlana Maksimenko, Federica Peyrolo, Panthéa Ravanchad, Mahé Ripoll e Isabelle Varlet. Ognuna porta il proprio linguaggio e medium, riflettendo sulle esperienze legate alla maternità o alla non maternità, considerando il nutrimento in senso fisico, emotivo e simbolico.

Mahé Ripoll presenta disegni a pastello e acquerello che cercano di rappresentare la percezione del bambino ancora in grembo, filtrata da suoni, immagini e sensazioni. Panthéa Ravanchad trasforma un gioco d’infanzia, una trottola, in una scultura ceramica che ricorda un capezzolo ingigantito, oggetto carico di memorie materne.

Isabelle Varlet si concentra sul legame con la terra e il mito di Demetra, creando parti del corpo materno in pasta di pane, rimando agli elementi naturali e agricoli del nutrimento. Federica Peyrolo usa la linoleografia per raccontare la sua esperienza, segnata da una dedizione totale al figlio che ha pesato anche sulla sua salute, mentre Svetlana Maksimenko dipinge una madre che rifiuta di farsi consumare, guardando oltre il ruolo tradizionale per affermare un’identità autonoma.

La mostra offre così uno sguardo sul nutrimento che va oltre la biologia, abbracciando prospettive ecologiche, sociali e culturali. Le opere si rispondono a vicenda, mettendo in luce il concetto di “co-creazione”, pilastro dell’esperienza artistica e materna.

Poesia, lingue e materia nel post-partum

Nel progetto, il testo ha un peso importante accanto all’immagine e al materiale. La poesia di Neoberdina Nourri de mon lait violet sposta il concetto di nutrimento oltre il biologico, suggerendo una trasmissione più metafisica. Il nutrire diventa un gesto universale, che supera il legame madre-figlio per abbracciare significati ecologici e inclusivi.

Il libro d’artista Nou N, comme le post-partum, scritto in francese, inglese e russo, racconta in modo frammentario e vivido l’esperienza complessa del post-partum. La scelta del plurilinguismo riflette le radici dell’artista e la molteplicità di essere madre oggi, in un mondo globale. I testi sono scritti con spontaneità, senza correzioni, con pause e flussi non lineari che evocano la realtà di una neomamma.

L’uso di un carattere tipografico post-binario nel libro è un gesto politico che rompe con gli stereotipi tradizionali di famiglia, proponendo modelli più fluidi e personali. La narrazione frammentata nasce anche dalle difficoltà di scrivere in mezzo agli impegni genitoriali, conferendo al testo un tono autentico e intimo.

Tra le opere, spicca Viens a-am, chaton, una scultura in lana cardata tinta di viola, che rappresenta il gesto di offrire cibo e invita a ripensare il significato del prendersi cura.

Maternità e femminismo: il corpo visibile e produttivo nel mondo dell’arte

Neoberdina mette in luce come la maternità resti un tema caldo nel femminismo e nell’arte, ma anche uno scontro aperto con le regole del sistema artistico. Mostrare un corpo femminile che produce fluidi e nutre non è ancora scontato, e rivela le disuguaglianze tra artiste donne e colleghi uomini, con una marginalizzazione che pesa soprattutto sulle madri.

Nel mondo dell’arte, un uomo che racconta una donna che allatta spesso viene ben pagato, mentre l’artista donna deve scegliere tra vita privata e professione, rischiando di sparire dalle scene pubbliche. Il viola, usato da Neoberdina come inchiostro vegetale per il latte materno, diventa simbolo di impegno femminista e presenza visibile.

La mancanza di tempo la spinge a scegliere le battaglie da combattere, mettendo al primo posto il ruolo di madre e la cura del figlio, per poi dedicarsi alle poche ore libere alla sua arte. La serie Le jet, che traccia residui di latte viola con la pressione sul seno, è un esempio di questa sintesi.

Il rapporto tra corpo, estetica e politica emerge così come un campo fondamentale per ripensare il posto delle madri artiste nella società, facendo dell’arte uno strumento di cambiamento culturale e inclusione.

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