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Ismaele Nones a Venezia: l’arte che riscopre il passato tra tradizione e innovazione pittorica

A Venezia, tra calli silenziose e riflessi dorati sull’acqua, le tele di Ismaele Nones catturano lo sguardo. Nato a Trento nel 1992, Nones sembra dialogare con un passato lontano ma mai dimenticato. I suoi corpi richiamano l’arte bizantina, mentre le prospettive rimandano al Trecento, con un rigore che sorprende per la sua modernità, quasi una pop art severa. La galleria Tommaso Calabro, nota per accogliere chi sa unire antico e contemporaneo, ospita ora questa mostra che sfida la percezione del tempo. Le sue figure, sospese tra trasparenze e dettagli nitidi, invitano a leggere la storia con occhi nuovi. La sfida? Mantenere vivo il rispetto per la tradizione, senza rinunciare a innovare.

Tra passato e presente: la tradizione iconografica rivisitata

Ismaele Nones eredita la passione per la pittura da famiglia, in particolare dal padre, impegnato nella creazione di icone bizantine. Questa familiarità con il mondo antico segna profondamente il suo lavoro, che si intreccia con richiami al Novecento, a nomi come De Chirico o Magritte. Non è un caso che Tommaso Calabro abbia scelto proprio lui: la sua galleria da tempo sostiene artisti che si muovono su un filo teso tra classicismo e surreale. Nones riprende senza stravolgerla la linea pulita e raffinata di questa tradizione, e così si colloca in un percorso lungo e articolato, continuandolo. I suoi personaggi, distaccati e privi di eccessi emotivi, sembrano sospesi in una luce fredda, dove il sentimento si ferma a favore di un’estetica del distacco.

Le sue opere giocano con prospettive volutamente imprecise, ricordando gli spazi ideali del Medioevo e del Rinascimento. Allo stesso tempo, le figure si spingono verso un’astrazione quasi metafisica, sospese tra forma corporea e simbolo. Questo intreccio rende la pittura di Nones non solo un omaggio al passato, ma un dialogo vivo con la storia, un viaggio che ridà vita ai modelli più lontani. Le sue grandi tele, lavorate con precisione, si offrono a uno sguardo attento, che si sofferma su dettagli imperfetti e simmetrie studiate.

Tra tecnica e innovazione: la sfida di una pittura sospesa

Nei dipinti di Nones c’è qualcosa che resta in bilico, come bloccato tra una dichiarazione tecnica e la voglia di comunicare davvero. Le citazioni, pure ricche e ben evidenti, sembrano spesso accolte senza una vera critica, quasi senza uno scontro personale. La tensione che dovrebbe animare un’arte che si rifà al passato si smorza nella sua rielaborazione.

Di forte impatto è il mosaico realizzato per la IX Biennale del Mosaico di Ravenna , opera precisa ma che non va oltre la tecnica. Qui la maestria artigianale è indubbia, ma manca quel guizzo che rivoluzioni il linguaggio tradizionale. Tra gli aspetti più interessanti ci sono però piccoli tocchi di modernità: i soggetti, spesso molto simili, sembrano riflettere sull’identità, avvicinando il lavoro a un autoritra­to collettivo. Anche l’uso discreto di colori complementari come rosso e verde suggerisce un gioco di contrasti, legato anche a temi di genere, ancora poco esplorati ma centrali nell’arte di oggi.

Questi elementi però si perdono in superfici che mantengono una freddezza di fondo, uno stile curato ma distante, senza veri scossoni alla rigida iconografia di partenza. Così l’opera resta sospesa su un confine che la rende a volte troppo fredda e statica, una perfezione formale che gira a vuoto senza accendere una scintilla emotiva o critica.

I vasi: chiavi di profondità e nuove prospettive

Un dettaglio che torna spesso nella produzione di Nones è il vaso, elemento che assume un ruolo sia compositivo sia simbolico. Il vaso diventa quasi una porta, un contenitore di mondi e spazi che rompe la tradizionale piattezza della pittura. Quella superficie piatta, tipica della pittura, si trasforma in qualcosa di più profondo, tangibile e carico di significati.

Non è solo una questione di forma, ma di senso: il vaso segna il passaggio tra passato e presente, una lente attraverso cui l’artista si interroga sul proprio linguaggio e sul mezzo che usa. La stratificazione di significati spinge chi guarda non solo a vedere la pittura, ma a riflettere su come si costruisce, si cita e forse si supera.

Con questa attenzione all’oggetto e al suo ruolo, Nones introduce un elemento che apre nuove strade, sia dal punto di vista formale sia concettuale. Rompere la superficie e lasciare intravedere profondità non è solo un trucco visivo, ma un invito a ripensare il rapporto tra storia e creazione contemporanea. Il vaso smette così di essere un semplice ornamento per diventare chiave d’interpretazione e mezzo per andare oltre il semplice richiamo al passato.

Questo approccio potrebbe aprire nuove strade nella pittura di Nones, evitando che la sua ricerca resti chiusa in una tradizione troppo scrupolosamente seguita. La vera sfida è trasformare il passato da limite a punto di partenza, per una pittura viva, capace di dialogare con i tempi, senza cadere nella trappola di un confronto ossessivo con modelli antichi.

Alla mostra veneziana, insieme al gallerista Tommaso Calabro, l’opera di Nones si presenta come un incrocio tra eredità e futuro, un terreno dove storia e tecnica si intrecciano, ma dove la strada per rinnovare davvero la pittura è ancora tutta da tracciare.

Redazione

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