Kirghizistan alla Biennale di Venezia 2024: Il progetto BELEK di Alexey Morosov unisce natura e arte tra culture diverse

Tra le antiche mura sconsacrate di Santa Caterina, a Venezia, si avverte un richiamo forte dalle montagne del Kirghizistan. È lì che prende vita BELEK, il progetto dell’artista Alexey Morosov, nato nel 1974 a Frunze, oggi Bishkek. Morosov, scultore, architetto e pittore, costruisce un ponte tra tradizione nomade e arte contemporanea. Le sue opere — video, sculture, dipinti — raccontano di dighe brutaliste e ghiacciai remoti, dove l’acqua non è solo elemento naturale, ma simbolo d’identità e risorsa vitale. Questa installazione, più di una semplice esposizione, diventa un viaggio che sfiora antropologia, filosofia, genetica e tecnologia: un dialogo intenso tra passato e futuro.

Dighe e acqua: il volto mutato del Kirghizistan

Al centro di BELEK c’è il rapporto tra le grandi dighe costruite nel Novecento e la memoria di un popolo nomade che da sempre abita queste montagne. Le dighe hanno cambiato il paesaggio, modificando la gestione dell’acqua, che scende dai ghiacciai e finisce nei bacini artificiali. Morosov sottolinea come parte di questa acqua venga convogliata fuori dai confini nazionali, verso paesi vicini come il Kazakistan, creando un intreccio di responsabilità e dipendenze. Qui l’acqua non è solo un bene da sfruttare, ma un “dono” da conoscere e rispettare.

L’elemento liquido assume anche un valore rituale e celebrativo, diventando metafora di vita, memoria e di un legame ancestrale con la natura.

Kok-Börü: il gioco che racconta un’identità

Al centro del racconto di Morosov spicca il Kok-Börü, antico sport equestre simbolo della cultura kirghisa. Nato dalla vita nomade, questo gioco vede squadre di cavalieri che cercano di sottrarre ai rivali la carcassa di un caprone, legata al “lupo grigio” che dà il nome alla disciplina. Originariamente si trattava di una caccia rituale contro i predatori, con cavalieri custodi di greggi che usavano una frusta speciale. Col tempo, il rito ha perso la sua connotazione bellica diventando uno sport regolamentato, dove uomo e cavallo dialogano in sintonia.

Le prime immagini del Kok-Börü risalgono al 1908, immortalate dal primo presidente della Finlandia durante un viaggio. Non è un dettaglio da poco: si nota anche il ruolo della donna nella società kirghisa, da sempre rilevante. Il gioco mantiene un forte legame spirituale, unendo natura, tradizione e comunità, pilastri della cultura locale.

Tra cielo e terra: fede e tradizione a confronto

La storia religiosa del Kirghizistan è un intreccio di credenze antiche e Islam sunnita. Morosov spiega come il Tengrismo, religione animista e centrata sul cielo, si sia fusa con l’Islam sufi persiano, dando vita a un dialogo tra fede araba e tradizione locale. Tengri, il cielo, non è stato sostituito ma identificato con Allah, in una sintesi che ha attraversato secoli.

Nel Padiglione, questo sincretismo prende forma nell’opera Temir Kysyk, realizzata in legno di pioppo, un albero simbolico per la regione. L’opera diventa un ponte tra cielo e terra, spiritualità e natura, tradizione e contemporaneità.

Morosov segue ogni fase della sua creazione, scolpendo, dipingendo e realizzando i video con le proprie mani, lontano dalle pratiche di delega ormai diffuse.

Santa Caterina: un luogo che parla di passato e futuro

La scelta di ambientare BELEK nella Chiesa sconsacrata di Santa Caterina dà all’opera una dimensione particolare. Qui, tra mura cariche di storia, Morosov ha ricostruito l’altare bruciato dall’incendio, restituendo vita allo spazio con dipinti e sculture che catturano riflessi d’acqua, frammenti di vetro veneziano e movimenti leggeri, come angeli sospesi.

Un omaggio a Veronese, legato a Venezia e al tema dell’acqua, come nelle “Nozze di Cana”, emerge nell’uso di tele grezze veneziane. La chiesa porta i segni di un passato violento, ma proprio quel passato viene conservato e ricordato, anche attraverso “incendi” simbolici nelle opere.

Questo spazio diventa così un ponte tra l’eredità dell’Asia Centrale e la tradizione artistica veneziana, un dialogo che richiama le antiche rotte della Via della Seta.

Alexey Morosov: un artista nomade tra culture e linguaggi

Morosov è l’artista nomade per eccellenza. Nato in Kirghizistan, ha vissuto in Russia, Francia e Italia, portando con sé un patrimonio culturale ricco e complesso. Le sue radici si fondono con una solida formazione architettonica, che gli consente di lavorare con consapevolezza negli spazi espositivi.

Ha collaborato con il regista Aleksander Sokurov, noto per i suoi piani lunghi e uno stile raffinato, che influenza anche la videoarte di Morosov, soprattutto nelle atmosfere e nei tempi.

BELEK non è solo una mostra, ma una narrazione densa e stratificata, che attraversa discipline e culture diverse, traducendo la storia e l’identità di un popolo attraverso immagini e simboli forti.

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