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Anish Kapoor trasforma Palazzo Manfrin a Venezia: scultura e architettura in mostra fino all’8 agosto

“Il colore è materia che prende vita”, dice Anish Kapoor. E proprio lì, tra le mura antiche di Palazzo Manfrin, a Venezia, questa vita si manifesta in forme che sfidano lo sguardo e la mente. Nel cuore di Cannaregio, l’artista ha trasformato un palazzo cinquecentesco – sua proprietà dal 2018 – in un luogo dove l’arte non si limita a essere esposta, ma diventa esperienza tangibile. Non è una mostra qualsiasi. È un viaggio attraverso mezzo secolo di sperimentazioni, dove materia, spazio e percezione si fondono in un dialogo incessante. Fino all’agosto 2026, chi varca quella soglia si immerge in un laboratorio vivo, sempre in movimento, pronto a sorprendere e a sfidare le aspettative.

Scultura come spazio da abitare: la sfida di Kapoor

Kapoor da tempo ha superato il concetto tradizionale di scultura. Le sue opere non sono solo grandi dimensioni, ma veri e propri spazi da vivere. Ambienti che plasmano lo spazio intorno e cambiano il modo in cui ci si muove al loro interno. A Palazzo Manfrin si vedono modelli e studi di lavori noti, come la stazione Monte Sant’Angelo a Napoli, inaugurata nel 2025, pensata per immergere il visitatore in un’architettura sensoriale. C’è anche la torre ArcelorMittal Orbit di Londra, realizzata per le Olimpiadi del 2012, che ha riscritto il concetto di osservatorio urbano.

Accanto a queste opere famose, ci sono progetti meno noti ma altrettanto importanti: Ark Nova, un auditorium gonfiabile costruito con l’architetto Arata Isozaki per le zone colpite dallo tsunami giapponese del 2011, e Temenos, un’installazione monumentale in Nuova Zelanda dove arte e paesaggio si fondono. In tutti questi lavori Kapoor restituisce alla scultura una dimensione collettiva e abitabile, invitando a un’esperienza più fisica che contemplativa.

Palazzo Manfrin, tra restauro e creatività in divenire

L’atmosfera particolare della mostra nasce anche dal rapporto stretto tra le opere e lo spazio che le ospita. Palazzo Manfrin appare come un cantiere aperto: i segni del restauro sono ben visibili. Pareti non finite, tavoli con modelli appoggiati quasi per caso, fotografie attaccate con il nastro adesivo. Tutto contribuisce a dare la sensazione di un laboratorio in movimento.

Questa sospensione si riflette nell’arte di Kapoor, che raramente presenta forme definitive o monumentali. Le maquette in mostra sono frammenti di ricerca, pezzi di un pensiero sempre in evoluzione. Scultura, architettura e palazzo dialogano, si influenzano a vicenda. Visitare la mostra è come entrare nel cuore di un processo creativo ancora aperto, lontano dall’idea di un’esposizione dove tutto è già deciso e finito.

Tra materia e forma: il gioco tattile di Kapoor

Uno degli aspetti che colpiscono di più è il rapporto intenso tra i materiali usati e le forme create. Appena entrati a Palazzo Manfrin, l’opera Ga Gu Ma accoglie il pubblico con una massa di cemento dalla consistenza ambigua. Un oggetto che sembra allo stesso tempo artificiale e organico, tra superfici meccaniche e texture quasi carnose. Un effetto che confonde, affascina e a tratti respinge.

Il resto della mostra esplora materiali diversi: superfici cromate e specchianti che deformano lo spazio e il corpo di chi le osserva; sculture in sabbia e pigmento che ricordano processi naturali, come sedimentazioni o forze geologiche in movimento. Kapoor lascia che sia il materiale stesso a suggerire forma e significato, senza imporre strutture rigide.

Silicone e cera: un linguaggio fisico e disturbante

Ancora più intense sono le opere in silicone, cera e pigmenti industriali, dove la materia sembra avere una vita propria, quasi carnale. Cavità, pieghe e superfici dense richiamano carne, ferite, organi interni, offrendo un’esperienza che è insieme visiva e tattile, disturbante ma magnetica. Tra queste, spicca un’installazione immersiva in cera rossa: una stanza senza quarta parete, dove si può osservare la massa densa e pulsante del materiale.

L’effetto è quasi quello di entrare dentro un corpo esposto alla vista. Questa dimensione fisica si spinge ancora oltre grazie all’uso del Vantablack, un materiale che assorbe quasi tutta la luce, creando superfici vicine al vuoto visivo. Kapoor non costruisce forme astratte, ma un dialogo continuo tra materia e percezione, dove instabilità e incertezza sono parte integrante dell’opera.

A Palazzo Manfrin Kapoor non propone solo una retrospettiva, ma un racconto immersivo. Dove architettura, materia e percezione si mescolano senza sosta, invitando chi visita a ripensare i confini tra spazio, corpo e arte. Venezia 2026 si conferma così il palcoscenico ideale per confrontarsi con un’opera che intreccia tradizione e innovazione con linguaggi sempre nuovi.

Redazione

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