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Francesco Casetti: come gli schermi stanno ridefinendo la nostra esperienza quotidiana tra immagini di ieri e oggi

Francesco Casetti, docente di cinema a Yale, ha tracciato un viaggio affascinante attraverso più di un secolo di media visivi, dal bagliore ipnotico della fantasmagoria ai pixel delle piattaforme digitali odierne. Oggi, passiamo ore incollati a schermi che sembrano un’estensione del nostro stesso corpo, uno spazio dove si mescolano emozioni e realtà. Ma dietro questa familiarità si nasconde qualcosa di più profondo: quegli schermi non sono solo finestre sul mondo, ma vere e proprie barriere. Ci proteggono, è vero, da un mondo che appare sempre più incerto e minaccioso, ma allo stesso tempo rischiano di spegnere la nostra capacità di sentire, di reagire davvero. È un paradosso inquietante, quello di una protezione che può trasformarsi in anestesia emotiva.

Dalla fantasmagoria al cinema: gli schermi come rifugio in tempi turbolenti

Nel XIX secolo, a Parigi, gli spettacoli di fantasmagoria mostravano fantasmi e apparizioni legate a eventi drammatici, come le teste mozzate della Rivoluzione francese. Lo spettatore si spaventava, ma in sicurezza, protetto dalla distanza dello schermo. Era una paura da “assaporare”, senza correre rischi. L’atmosfera veniva resa ancora più realistica da luci, suoni e fumo che simulavano tempeste e temporali. Così, la fantasmagoria creava uno spazio controllato dove ciò che era terribile diventava accettabile, mediato dallo schermo.

Con l’arrivo del cinema negli anni Venti e Trenta, questa funzione protettiva si sposta in un contesto più urbano e sociale. Le sale cinematografiche offrivano agli spettatori ambienti confortevoli, con aria condizionata, pulizia e una sorveglianza discreta del pubblico. Erano rifugi dal caos della città, dall’inquinamento e dalla povertà. Un documento di Chicago addirittura invitava i malati a frequentare il cinema per “respirare aria più sana”. Così la sala, insieme allo schermo, diventava un’oasi di tranquillità, confermando l’idea dello schermo come strumento salvifico.

Durante la pandemia: lo schermo come scudo contro il pericolo

Con i media digitali di oggi, questa funzione protettiva si è complicata e ampliata. Durante il lockdown per il COVID-19, piattaforme come Zoom hanno permesso di restare in contatto, partecipare a eventi, lavorare e studiare senza uscire di casa. Lo schermo è diventato una barriera tra noi e un mondo esterno visto come pericoloso. La paura collettiva ha spinto a cercare nuovi modi di proteggersi, e gli schermi hanno fatto da filtro, creando uno spazio virtuale sicuro.

Casetti osserva come, da sempre, la modernità occidentale si confronti con un mondo percepito come minaccioso. La risposta non è stata quella di idealizzarlo, ma di costruire dispositivi che schermano e contengono la paura, creando spazi “sicuri” da cui osservare la realtà. Ma questa strategia ha i suoi limiti: le barriere mediate dai media possono indebolire la nostra capacità di affrontare la vita vera, alimentando un’illusione di sicurezza. La società, intrecciata con la tecnologia e il bisogno di protezione, si fa così più complessa, e lo schermo diventa il centro di questo intreccio.

Quando la protezione diventa anestesia: i rischi dell’iperprotezione mediatica

Casetti mette in guardia dal pericolo che un’eccessiva protezione mediatica possa anestetizzare le nostre emozioni e esperienze. Se tutto passa attraverso schermi che ci rassicurano, rischiamo di perdere la forza di affrontare difficoltà e rischi reali. Il paradosso è che ci difendiamo solo in superficie da un mondo che resta imprevedibile, a volte anche violento.

Problemi come il cyberbullismo o la sovraesposizione mediatica rientrano in questo quadro: gli stessi strumenti pensati per proteggerci possono farci del male. I media sono ovunque e agiscono su più livelli: offrono contenuti estremi dentro il comfort di casa, raccolgono dati personali, spingono all’attività fisica ma possono anche creare dipendenze invisibili. Così si crea una tensione continua tra il bisogno di sicurezza e la perdita di autonomia.

Realtà aumentata e immersione digitale: la vecchia illusione di vicinanza

Le nuove tecnologie come la realtà aumentata promettono esperienze più coinvolgenti, quasi una vicinanza maggiore al mondo reale. Ma Casetti parla di “illusione del secolo”: questi ambienti finti cancellano la complessità della realtà sociale e materiale, trascinando chi guarda in un mondo artificiale che allontana dall’esperienza vera. La vera immersione, secondo lui, si fa camminando per strada, incontrando persone, respirando l’atmosfera delle città.

Questa visione si inserisce in un filone più ampio del suo lavoro, che guarda ai media non come singoli strumenti, ma come parte di una storia che si ripete. Gli schermi, anche oggi, restano legati a mezzi antichi e continuano a rielaborare l’esperienza umana. Casetti fa un paragone originale tra internet e i rotoli medievali esposti nelle chiese, trovando affinità storiche sorprendenti.

Intelligenza artificiale: nuove sfide tra aiuto e controllo

Dopo il suo libro, Casetti ha cominciato a collaborare con esperti di intelligenza artificiale per capire le novità che questa porta. Molte applicazioni AI sono pensate per aiutare concretamente le persone: dalla salute mentale alla scrittura, fino alla compagnia digitale. Questa “cura” tecnologica riflette l’ossessione contemporanea per l’assistenza e la riduzione del rischio, ma porta con sé anche problemi seri.

Tra questi, la gestione dei dati personali è una questione fondamentale, con implicazioni sociali profonde. L’intelligenza artificiale trasforma gli schermi, ma non elimina il gioco tra protezione e libertà, sicurezza e controllo. È una sfida etica e culturale per chi progetta queste tecnologie e per la società tutta.

Chi crea immagini e schermi ha una grande responsabilità

Casetti ricorda a chi produce immagini e contenuti per gli schermi che la protezione non deve diventare una fuga dal pericolo. Serve invece un’educazione che aiuti a confrontarsi con le difficoltà del mondo. Le immagini dovrebbero rafforzare il senso critico e la capacità di resistere, non nascondere le sfide dietro una rassicurazione sterile.

Nei suoi corsi a Yale, invita gli studenti a costruire difese senza rinunciare ai rischi necessari per crescere. La vita si sviluppa proprio nel confronto con l’imprevisto e il pericolo. Le immagini su cui costruiamo la nostra esperienza devono riflettere questa complessità, senza alimentare illusioni di invulnerabilità. Il nodo tra sicurezza e autenticità resta dunque centrale in una società sempre più dentro lo schermo.

Redazione

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