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Lucia Leuci a Roma: Le 3:17, l’arte delle forme nel buio tra sogno e realtà

Sono le 3:17 del mattino. Quell’ora in cui il confine tra sonno e veglia si assottiglia, e tutto intorno sembra prendere una piega diversa, quasi irreale. In quel limbo fragile si muovono le opere di Lucia Leuci, artista pugliese nata a Bisceglie nel 1977, che ha appena inaugurato a Roma la sua nuova mostra “Le 3:17”. Fino al 4 luglio 2026, la Galleria Eugenia Delfini ospita questo viaggio dentro un paesaggio mentale, dove forme e identità si trasformano, si confondono, sfuggendo a ogni definizione precisa. Curata da Caterina Riva, la personale trasforma lo spazio in un luogo sospeso, un intreccio tra la realtà che tocchiamo e l’universo nascosto dell’inconscio.

“La dea crea il padre”: la forza nascosta nei disegni

Al centro della mostra spiccano due disegni intitolati “La dea crea il padre”, che raccolgono in modo potente il senso dell’intero progetto. La figura femminile domina la scena, mentre la sagoma del padre sembra emergere da lei quasi come un rigetto. Questo rovesciamento di ruoli fa subito pensare alla mitologia: se Atena nasce dalla testa di Zeus, qui è la dea – simbolo di creazione femminile – a dare origine al padre, ribaltando l’ordine patriarcale classico. Una scelta che apre la strada a riflessioni profonde sulla costruzione delle identità e sui ruoli di genere. Caterina Riva mette in luce anche un richiamo al lavoro di Louise Bourgeois, soprattutto per la sua battaglia contro le etichette che imprigionano il femminile. Bourgeois, con i suoi scritti “Distruzione del padre/Ricostruzione del padre”, ha affrontato temi simili, offrendo un parallelo molto suggestivo. Leuci riprende questa linea e usa la dualità per rappresentare tensioni interiori e sociali, trattando i suoi soggetti con una delicatezza che sfida ogni semplificazione.

“Lo sciame”: sculture fragili che raccontano la notte

La notte diventa il teatro delle sculture di “Sciame” , una serie di sei figure in cera che affondano le radici in un immaginario onirico e inquietante. Questi scettri, fragili ma carichi di significato, portano volti leggermente truccati, quasi fossero piccoli amuleti sciamanici nati per scacciare le paure notturne. I rami sottili che formano le estremità esprimono una tensione tra la fragilità della vita e la forza necessaria per difendersi dall’incertezza. Ogni scultura sembra sul punto di dissolversi al minimo segno di violenza, mostrando una vulnerabilità che si sente quasi toccare. Questa sensazione, unita a tratti ambigui e simbolici, trasforma lo spazio in una mappa mentale dove si intrecciano paura, impulso e introspezione. Chi ha mai vissuto le ore insonni, quando il sonno svanisce e resta solo il silenzio, riconoscerà in “Lo sciame” un’eco profonda del proprio disagio e della curiosità per quell’ora sospesa.

Il duende: l’energia nascosta della notte

Lucia Leuci introduce il concetto di “duende”, una presenza invisibile che incarna il mistero e la forza nascosta nelle pieghe della notte. Questo “spirito” attraversa quel momento di quiete e buio per guidare l’immaginazione verso strade inaspettate, diventando quasi un motore segreto di creatività e intuizione. Nel silenzio notturno, lontano dal caos del giorno, il bisbiglio del duende si fa più forte, capace di scuotere le certezze e far tremare le fondamenta – simboleggiate da una casa che vacilla. Le sculture di “Sciame” incarnano questa tensione: fragili ma cariche di un’energia che sfida l’ordinario, sembrano reliquie dotate di un potere quasi curativo. I rami che spuntano dalle teste angelicate suggeriscono una crescita lenta, organica, un sostegno fragile ma ricco di potenzialità. Questi oggetti, in bilico tra vulnerabilità e controllo, attraversano la mente come tessere di un puzzle emotivo ancora da risolvere.

Una galleria che diventa soglia tra sogno e veglia

La Galleria Eugenia Delfini si trasforma in un confine dove l’ordinario svanisce, lasciando spazio a una realtà onirica che oscilla tra stabilità e mutamento. Leuci usa il corpo umano, la memoria e l’immaginazione per creare forme che non si lasciano incasellare, ma vivono in un continuo gioco di rimandi e ambiguità. L’attimo vivido delle “3:17” diventa una metafora: è quel momento in cui le certezze si dissolvono e rimangono solo le emozioni più sottili, quelle che durante il giorno si percepiscono a malapena. Alla fine della visita, resta allo spettatore la scelta: prendere in mano le proprie paure o lasciarsi andare all’immersione nell’inconscio, che sfida ogni rigidezza mentale. “Le 3:17” non è solo una mostra, ma un’esperienza che avvicina chi guarda a zone di confine dell’essere, dove il sogno non è solo fantasia, ma una forza concreta capace di plasmare la percezione e l’anima.

Redazione

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