A Altamura, il Museo Etnografico dell’Alta Murgia ha deciso di scrollarsi di dosso il ruolo di semplice custode di oggetti. Per sei mesi, ha aperto le sue porte alla città, trasformandosi in un laboratorio vivo dove cittadini, artisti, associazioni e giovani hanno discusso, progettato, immaginato. Non si è trattato solo di mettere in mostra pezzi di storia, ma di ripensare insieme il futuro culturale del territorio. Il risultato? Non una mostra qualunque, ma un rito collettivo, un cantiere culturale che ribalta l’idea tradizionale di museo. Qui, il museo non è più solo un contenitore, ma diventa motore di innovazione e partecipazione.
Il MEAM si trova proprio nel cuore di Altamura, ospitato in un edificio che racconta la sua lunga storia: un ex convento del Seicento, poi trasformato in carcere, ora museo che conserva testimonianze di lavoro, arti e tradizioni della Murgia. La sua collezione etnografica è fatta di oggetti, utensili, pezzi di vita quotidiana di generazioni passate. Ma proprio questa ricchezza ha messo in luce alcune difficoltà. Durante il percorso partecipativo è emerso chiaramente che, nonostante il valore delle collezioni, il museo fatica a parlare al pubblico di oggi.
Il problema non è solo come si racconta la storia, ma anche il modo in cui il MEAM si rivolge alla città e ai giovani. Tutti hanno percepito un museo troppo fermo, che fa fatica a dialogare con i cambiamenti sociali e le nuove forme di cultura. La sfida è ripensare la sua funzione: non più solo custode del passato, ma spazio vivo e produttivo di cultura, capace di diventare punto di incontro e strumento per valorizzare attivamente il patrimonio immateriale.
Per affrontare queste sfide, il Comune di Altamura, con il supporto della Regione Puglia e insieme a Esperimenti Architettonici APS ETS e all’Ordine degli Architetti di Bari, ha lanciato Future MEAMories, un progetto basato sul design thinking. Questa metodologia, che punta tutto sull’ascolto e sulla collaborazione, ha coinvolto la comunità non solo per raccogliere opinioni, ma per creare insieme idee concrete.
Tra workshop, focus group e incontri pubblici, abitanti, operatori culturali e professionisti hanno esplorato nuove funzioni, percorsi e narrazioni per il museo. Tra le proposte più importanti ci sono quelle che puntano a rinnovare le modalità di valorizzazione, con uno sguardo alle professioni di oggi per collegare tradizione e presente. La digitalizzazione e l’accessibilità sono state indicate come priorità per rendere il MEAM più inclusivo e vicino alle esigenze dei più giovani.
Non solo: è emersa anche l’idea di un museo come luogo di relazione e benessere. Il MEAM si propone così come uno spazio dentro una rete di welfare culturale, capace non solo di diffondere conoscenza, ma anche di offrire sostegno sociale, contribuendo a costruire un tessuto territoriale più unito e collaborativo.
Uno dei momenti più originali del progetto è stata la “Chiamata alle Arti”, un bando rivolto ad artisti e creativi del territorio murgiano. L’invito era di dialogare con il museo e con le comunità coinvolte, dando nuova vita agli spazi espositivi con interventi site-specific. Il risultato sono state due opere importanti che hanno trasformato il MEAM in un ambiente sensoriale e immersivo, dove suoni, racconti e corpi hanno creato nuovi linguaggi per ripensare il rapporto tra museo e cittadinanza.
“Sismografo emotivo”, di Stefania Piccolo, nasce dal lavoro teatrale con i pazienti della Cooperativa Auxilium di Altamura. Un progetto di teatro sociale che ha aperto un dialogo diretto con chi vive situazioni di fragilità, facendo del museo un luogo di ascolto e partecipazione dal basso. Allo stesso tempo, “Voci di Pietra” di Michele Ciccimarra e Paolo Clemente ha raccolto suoni ambientali, registrazioni d’archivio e testimonianze, trasformandoli in un’opera sonora diffusa negli spazi del MEAM. L’intervento ha regalato un’immersione totale nel paesaggio sonoro della Murgia e della sua storia, aprendo nuove strade per un’esperienza multisensoriale dei beni culturali.
Queste iniziative hanno segnato un’apertura importante del museo alla creatività contemporanea e al dialogo tra discipline artistiche e pratiche culturali, rafforzando il ruolo del MEAM come spazio di elaborazione culturale e sociale.
L’esperienza di Future MEAMories si inserisce in un quadro più ampio di innovazione delle istituzioni culturali nel 2026. Il progetto dimostra che un museo può uscire dai suoi confini tradizionali e diventare un laboratorio aperto, dove arte, comunità e sociologia si incontrano. Coinvolgendo attivamente gli attori locali e utilizzando metodi inclusivi e creativi, si sono create non solo strategie per il MEAM, ma anche relazioni e percorsi destinati a durare nel tempo.
Un modello prezioso per altri territori che vogliono rilanciare i loro musei come leve di sviluppo sociale e culturale. Altamura, con il suo museo etnografico, ha mostrato come la cultura possa essere collante sociale e motore di innovazione, restituendo alla comunità uno spazio rigenerato, dove passato e presente si incontrano per immaginare il futuro.
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