Hirokazu Kore-eda torna a parlare di famiglia, ma questa volta lo fa attraversando territori inediti. Nato a Nerima City nel 1962, il regista ha costruito una carriera scavando nelle pieghe più delicate dei rapporti umani, spesso andando oltre il semplice legame di sangue per raccontare come si affronta una perdita. Ora cambia rotta, ma non perde intensità. “Sheep in the Box”, che arriverà nelle sale italiane il 27 agosto, è un viaggio nella fantascienza. Non una semplice storia hi-tech, ma un modo per indagare il lutto e la sottile linea che separa il reale dall’artificiale.
Il film ci porta in un Giappone prossimo, dove la tecnologia entra nella vita di tutti i giorni. La storia segue una coppia di genitori, interpretati da Haruka Ayase e Daigo Yamamoto, alle prese con il lutto per la perdita del loro figlio. La loro vita viene sconvolta dall’arrivo di Kakeru, un androide costruito per somigliare al ragazzo scomparso. Kakeru non è un semplice robot: impara, si adatta e si inserisce nel tessuto emotivo della famiglia. Questo strumento diventa uno specchio per capire come si reagisce all’assenza di chi si ama, mettendo in discussione cosa significhi davvero affetto e legame.
Il film mette in scena una nuova idea di genitorialità. I protagonisti devono convivere con una presenza a metà strada tra l’artificiale e il familiare. La convivenza con Kakeru fa riflettere sull’accettazione, sul bisogno di colmare un vuoto e sul rischio di dipendere troppo dalla tecnologia. Non è solo un racconto di fantascienza, ma una storia che scava nel cuore dei personaggi, tra ricordi, tensioni e speranze.
Il nodo centrale del film va oltre la fantascienza: come cambia il modo di elaborare il lutto quando si può “sostituire” una persona con una sua copia meccanica? Kore-eda evita gli effetti speciali e punta su un racconto semplice e umano. L’androide è uno strumento per indagare il rapporto tra memoria, dolore e il desiderio di non perdere del tutto chi amiamo.
Il regista ha raccontato di essersi ispirato a progetti reali che cercano di ricreare digitalmente chi non c’è più. Non è la tecnologia in sé a interessarlo, ma il disagio che questa possibilità può provocare. È proprio questo sentimento a muovere la sceneggiatura, che si concentra sulle sfumature psicologiche.
La domanda che resta è forte: fino a che punto ci si può affidare a una macchina? Può mai davvero colmare il vuoto di una persona amata? L’intelligenza artificiale diventa così un invito a riflettere su come cambia il nostro modo di vivere il dolore nell’epoca digitale, sfidando i limiti tra ciò che è vero e ciò che è artificiale.
Non sorprende che “Sheep in the Box” faccia venire in mente film come “A.I. – Intelligenza Artificiale” di Spielberg o la serie “Black Mirror”, che hanno indagato le conseguenze morali e sociali della tecnologia. Ma Kore-eda sceglie un’altra strada: niente spettacolo, niente distopie, solo una storia intima.
Il regista mette al centro sguardi, silenzi e gesti piccoli ma pieni di significato, proprio come nelle sue opere precedenti: “Un affare di famiglia” , “Father and Son”, “Broker” e “Monster”. Tutti film che raccontano l’uomo nelle sue sfumature più fragili.
La presentazione del film in concorso a Cannes 2026 ha acceso dibattiti tra critici e pubblico, divisi tra chi apprezza la fusione di melodramma e fantascienza e chi vede una sfida alla narrazione tradizionale del lutto. “Sheep in the Box” entra così nel cinema contemporaneo come un’opera che fa domande senza dare risposte facili, aprendo il confronto sul ruolo della tecnologia nelle emozioni.
Oggi che l’intelligenza artificiale entra sempre più nella vita di tutti, “Sheep in the Box” trova un equilibrio raro. Kore-eda evita sia il tecnofetichismo sia gli allarmi apocalittici. Il film lascia in sospeso una domanda: può una macchina riprodurre davvero ciò che abbiamo amato? E se sì, basterà a colmare il vuoto della perdita?
Questa riflessione mette il film al centro del dibattito sulle trasformazioni sociali legate alla tecnologia e ai sentimenti. Non è un invito a rifiutare il progresso né un inno acritico, ma uno stimolo a guardare con attenzione cosa succede quando la linea tra memoria e imitazione diventa sottile.
Entro la fine dell’anno, Kore-eda tornerà in prima fila con “Look Back”, adattamento dell’omonimo manga di Fujimoto Tatsuki, atteso alla Mostra del Cinema di Venezia e distribuito da Lucky Red e BIM. Un’altra prova della sua capacità di raccontare storie intime intrecciate a temi attuali, senza perdere la sua cifra unica.
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