# Khaled Sabsabi e il Padiglione Australia alla Biennale di Venezia 2026
“Non sono un artista politico, ma la mia arte parla di politica”, dice Khaled Sabsabi. È lui il protagonista al Padiglione Australia della Biennale di Venezia 2026. L’installazione che propone, Conference of one’s self, non si lascia ignorare. Non si tratta di un semplice quadro da ammirare in silenzio; è piuttosto una esperienza immersiva che sfida il modo in cui percepiamo migrazione, spiritualità e identità.
Sabsabi, nato a Tripoli e cresciuto in Australia, intreccia la sua storia personale con quella di tanti altri, creando uno spazio sospeso, quasi un limbo, dove culture e religioni si incrociano e si confrontano senza perdere la loro complessità. Qui, le divisioni si dissolvono in una tensione fragile e vibrante, capace di far emergere nuove visioni di sé e del mondo.
Dietro la mostra c’è un passato turbolento. Nel 2025, il governo australiano aveva cancellato la sua partecipazione a causa di un’opera del 2007 che ritraeva Hassan Nasrallah, figura controversa. La decisione scatenò proteste e un acceso dibattito pubblico. Oggi, con il reintegro nel 2026, Sabsabi torna più determinato, con un lavoro che parla forte e chiaro.
Conference of one’s self nasce da un intreccio saldo tra la storia personale di Sabsabi e riferimenti culturali profondi. Nato in Libano nel 1965, l’artista ha costruito nel tempo un percorso che fonde immagini, suoni e memorie, senza mai separarli dal contesto storico e politico che li attraversa.
A Venezia, questa ricerca prende forma richiamando esplicitamente The Conference of the Birds, il celebre poema sufi del XII secolo di Farid al-Din Attar. Nel testo, un gruppo di uccelli intraprende un pellegrinaggio alla ricerca di una verità interiore che non si trova fuori di sé. Sabsabi non si limita a citarlo, ma lo fa diventare l’ossatura poetica della sua installazione: un viaggio dove l’intimità si intreccia con la diaspora, l’individualità con il movimento collettivo dei popoli.
L’opera non parla solo di migrazione o spiritualità. Cerca di creare un’atmosfera di ascolto e riflessione, cosa rara in un mondo saturo di immagini e parole. Il progetto supera le etichette, offrendo un’esperienza che cambia il modo in cui chi visita si relaziona con lo spazio e le storie che custodisce.
Il legame tra Australia e Venezia, entrambe città segnate dall’acqua e da molte culture, aggiunge un ulteriore livello di dialogo. Sabsabi sposta così l’attenzione su un’identità fluida e connessa, fatta di attraversamenti e incontri.
La dimensione mistica del progetto si basa sul sufismo, una tradizione spirituale che punta alla purificazione interiore. Nel poema di Attar, gli uccelli affrontano sette tappe prima di raggiungere una consapevolezza suprema. Sabsabi aggiunge un ottavo livello, simbolo di un apprendimento continuo, una sorta di percorso che non si chiude mai.
Questa idea prende forma in otto grandi dipinti distribuiti nello spazio del padiglione, che scandiscono il ritmo della visita e guidano il pubblico lungo un percorso non lineare. La disposizione invita a rallentare, a staccare dal caos esterno. Video, suoni e pittura si fondono per alterare la percezione del tempo e dello spazio, facendo emergere legami sottili tra individuo e collettività.
Sabsabi non vuole raccontare la migrazione o la fede con toni didascalici. Cerca piuttosto di creare uno spazio sospeso, dove le diverse appartenenze convivono senza ridursi a stereotipi. La tensione emotiva nasce proprio dal confronto tra identità complesse, a volte in conflitto, ma che condividono un destino comune.
L’installazione si propone come un invito alla contemplazione profonda, dove i confini tra dentro e fuori si dissolvono, lasciando spazio a un senso di umanità condivisa.
Il legame tra artista e curatore fa parte del progetto stesso. Khaled Sabsabi e Michael Dagostino si conoscono da decenni, fin dagli anni Novanta. Entrambi hanno vissuto l’esperienza migratoria nel contesto multiculturale di Western Sydney, una delle zone più variegate dell’Australia.
Questa lunga collaborazione ha creato un dialogo profondo e sincero, che ha permesso di mettere insieme un progetto fuori dagli schemi. Il padiglione australiano non è una semplice vetrina nazionale, ma uno spazio aperto e universale. Il loro rapporto ha fatto nascere un luogo inclusivo, capace di accogliere punti di vista diversi senza cancellare differenze o tensioni.
Nella mostra internazionale della Biennale, un’altra opera di Sabsabi dialoga con Conference of one’s self: due lavori che si guardano da angolazioni diverse, uno più intimo e personale, l’altro più collettivo e pubblico.
Sotto la guida della curatrice recentemente scomparsa Koyo Kouoh, che puntava su un’arte capace di ascolto e sobrietà, l’opera di Sabsabi si inserisce perfettamente nel tentativo di andare oltre la superficie dello spettacolo e creare una relazione autentica.
L’intervento di Sabsabi arriva in un momento storico in cui migrazioni, culture e religioni mettono in crisi le società. La Biennale di Venezia diventa così un palco essenziale per sottolineare la necessità di un dialogo paziente e a più voci.
Il padiglione Australia con Conference of one’s self rompe le aspettative degli eventi artistici: non si limita a mostrare o spiegare, ma cambia il modo in cui si percepiscono le storie che compongono le nostre vite.
Qui, la sospensione, la lentezza e l’intensità emozionale diventano strumenti per attraversare la complessità di un mondo in cui identità multiple convivono e si scontrano. In questo spazio delicato, il visitatore può trovare una nuova forma di rapporto con se stesso e con l’altro, esperienze intrecciate in un mondo sempre più fluido e interdipendente.
Sabsabi non offre risposte definitive, ma apre a domande che stimolano un incontro vero, necessario in tempi segnati dalla fretta e dalla divisione. La sfida del Padiglione Australia è offrire un luogo dove la pluralità non pesa come divisione, ma diventa un centro condiviso, il cuore spirituale di un’esistenza che si costruisce nel dialogo e nella trasformazione continua.
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