Quando le luci si accendono a Torino, la città cambia volto. Dall’autunno 2026, per più di due mesi, trentiquattro installazioni luminose trasformano strade e piazze in un racconto fatto di memoria e futuro. Camminando, si attraversano tracce dell’industria che ha forgiato il territorio, si percepiscono le ferite ancora vive della guerra, si assapora l’innovazione che si fa arte. “Luci d’Artista” non è solo una tradizione: è uno sguardo che unisce passato e sperimentazione, un gioco di luci e ombre che richiama atmosfere barocche, curato dalla Fondazione Torino Musei. La città, così, si racconta a chi vuole ascoltare.
Luci d’Artista 2026: la città che parla di sé
Alla 29ª edizione di Luci d’Artista, il tema “Memories and Future Dreams” racconta il legame complicato tra la storia di Torino e le nuove vie dell’arte. Dal 23 ottobre 2026 al 10 gennaio 2027, la città si trasforma in una galleria a cielo aperto, con installazioni luminose in punti chiave. Antonio Grulli, curatore dal 2023, ha spinto l’evento in due direzioni: da un lato ampliando la manifestazione, aprendola a collaborazioni internazionali con Lubiana e Vienna; dall’altro scavando nel significato stesso della luce nell’arte, vista come un fenomeno fugace, teatrale, capace di trasformare lo spazio pubblico in una scena viva.
Questa edizione si muove tra passato e presente, con opere che chiedono a chi le guarda non solo di vedere ma di sentire la città con occhi nuovi. La luce diventa un linguaggio diretto, pieno di simboli e poesia, ma radicato in un contesto urbano concreto.
Nuove opere, storie e tecnologia in scena
Tra le novità di quest’anno spiccano quattro lavori firmati da artisti di fama internazionale e nazionale, che raccontano attraverso materiali e linguaggi diversi. Tony Oursler, artista americano noto per le sue sperimentazioni video, presenta “Star ” sulla facciata del Politecnico di Torino, in Corso Duca degli Abruzzi. Qui la luce digitale incontra la vocazione scientifica e tecnologica della città, riflettendo sulle mille forme che la luce può assumere.
Flavio Favelli invece punta sulla materia e sulla storia: “Poetiche del confine” riporta in vita ringhiere e ferri recuperati da Palazzo Madama, pezzi veri della Seconda Guerra Mondiale. Questi oggetti, frutto di un’artigianalità ormai rara, diventano simboli di una bellezza ambigua, tra protezione e separazione, memoria e trauma.
Il collettivo Canemorto propone “The Radiant Van”, un’installazione luminosa itinerante che riprende la tradizione industriale di Torino e la trasforma in un simbolo mobile e carico di energia positiva. L’opera, che ha già viaggiato tra diverse città europee, torna a casa con un messaggio di protezione e fortuna che unisce culture e tempi diversi.
Completa il quadro “Inversions” di Samson Young, ospitato nella Corte Est delle OGR Torino. Qui la memoria architettonica di Hong Kong si mescola con riferimenti al cinema di arti marziali, creando un racconto transnazionale dove la luce diventa strumento per esplorare mondi reali e immaginari.
Poetiche del confine: quando l’arte parla di ferro e guerra
Flavio Favelli parte da oggetti concreti: cancelli e ringhiere che portano con sé il peso di epoche passate. Ferri lavorati a mano in un tempo in cui l’artigianato aveva un valore sociale forte, che uniscono estetica e funzione protettiva, quasi con un’aura sacra. L’opera non nasconde la sua materialità, anzi la celebra: i metalli zincati di vecchi corpi illuminanti ferroviari brillano di un bagliore violaceo, un richiamo alla luce che la madre dell’artista trovò conforto durante l’alluvione del 1966 a Firenze.
La storia si mescola al sentimento del luogo: le deformazioni e piegature, segni della guerra, diventano decorazioni, come fregi incastonati in una torre luminosa. Il contrasto con la piazza e le sue luci calde crea un’atmosfera quasi spettrale.
Il confine qui ha un doppio volto: da barriera invalicabile a dispositivo di bellezza e arte. Favelli invita a riflettere sul senso della separazione e dell’inclusione oggi, trasformando oggetti un tempo funzionali in sculture che parlano di memoria e identità.
Energia positiva e simboli universali nel Radiant Van di Canemorto
Canemorto porta a Torino un’opera carica di significati esoterici. “The Radiant Van” nasce con l’idea di generare e diffondere energia positiva, per annullare un “debito karmico” riconosciuto dagli artisti come frutto di scelte passate. L’installazione, già passata da Venezia e Lubiana, torna a Torino cercando di coinvolgere quanta più gente possibile.
Dentro ci sono diciotto simboli protettivi di culture diverse: dal Bastone di Asclepio all’Occhio di Horus, dal Quadrifoglio al Maneki Neko, dal Dragone a Ganesha. Tutti scelti per la loro capacità di scacciare il negativo o portare fortuna. Il risultato è un portafortuna visibile, un richiamo collettivo ricco di suggestioni.
Così l’opera lega tradizione e contemporaneità, proponendo un’arte pubblica che non si limita alla forma ma cerca un coinvolgimento emotivo profondo con la città e chi la vive.
La luce che unisce: il progetto di Massimo Vitali per Luci d’Artista
In vista del trentesimo anniversario, Luci d’Artista amplia lo sguardo verso chi vive la città e le sue luci. Il fotografo Massimo Vitali, famoso per i suoi scatti che raccontano la vita negli spazi pubblici, è stato chiamato a documentare il rapporto tra il pubblico e le installazioni.
A gennaio 2027 Vitali realizzerà un evento pubblico per scattare una grande foto collettiva, con una delle luci storiche al centro. L’idea è mostrare come queste luci siano più di opere d’arte: diventano luoghi di incontro, socialità, momenti condivisi. Il suo lavoro racconterà la vitalità di Torino, che ogni anno si trasforma grazie a questa manifestazione in un punto d’incontro e scambio.
Questo progetto fotografico è un passo in più per capire Luci d’Artista come un fenomeno culturale capace di coinvolgere la città in modo immediato e profondo, offrendo una nuova visione dello spazio pubblico e della partecipazione.