Quando Mario Pieroni se n’è andato, ha lasciato un vuoto enorme. Ho tra le mani “Il libro di Zerynthia”, un tomo di 500 pagine pubblicato nel 2020, scritto insieme a Dora Stiefelmeier, la compagna che ha condiviso con lui vita e lavoro. Sfogliandolo si percepisce subito la forza di un uomo che ha plasmato l’arte contemporanea con coraggio e passione. Per Mario, l’arte non era mai una regola fissa, ma una pratica viva, aperta, da esplorare insieme. Non si può raccontare Mario solo attraverso un necrologio: la sua esistenza è stata un turbine di energie, incontri e sperimentazioni, tra artisti, musicisti, scienziati e intellettuali che hanno attraversato il suo cammino.
Mario Pieroni è cresciuto in un’epoca di grandi cambiamenti sociali e culturali, quella degli anni Sessanta e Settanta, quando tutto sembrava possibile. Era un periodo in cui il potere non si cercava nell’autorità, ma nell’immaginazione e nella capacità di rompere schemi rigidi, senza desiderare il comando personale. Figlio naturale del Sessantotto, Pieroni aveva dentro di sé la voglia di mettere in discussione le convenzioni, ma senza inseguire ambizioni personali. In quegli anni, la collettività contava più dell’individualismo e il cambiamento sembrava una promessa concreta. Fu questa fiducia in una trasformazione, che coinvolgeva società e arte, a guidarlo su un percorso spesso fuori dagli schemi.
Dal dopoguerra al boom economico il mondo era in fermento e Mario non ha mai avuto paura di buttarsi nel nuovo. Questo coraggio gli ha permesso di capire in anticipo come la galleria d’arte stesse cambiando, diventando sempre più uno spazio commerciale e meno un luogo di incontro culturale. Così, all’inizio degli anni Novanta, decise di chiudere la sua galleria in Via Panisperna a Roma, un punto di riferimento per l’arte locale, ma anche una gabbia per la sua idea di arte ormai superata. La chiusura arrivò spesso senza certezze sul futuro, ma con la consapevolezza che bisognava osare.
Nel febbraio del 1992, Mario e Dora stavano preparando uno stand per la fiera d’arte ARCO di Madrid. Anche se avevano già deciso di chiudere la galleria, parteciparono lo stesso, ma senza portare opere d’arte fisiche. Invece, coinvolsero quattro artisti — Vettor Pisani, Michelangelo Pistoletto, Ettore Spalletti e Franz West — e crearono sul posto una mostra collettiva, “El Cuarto Amarillo”, un’installazione a otto mani. Questa scelta segnò un distacco netto dal mercato tradizionale e fu un modello inedito di collaborazione artistica.
Da lì nacque un progetto più ampio, basato sulla condivisione, la sperimentazione e l’attenzione agli artisti. Il nome Zerynthia, scelto per questa nuova fase, non è casuale: è il nome di una farfalla che vive nell’agro romano, simbolo di metamorfosi, leggerezza e trasformazione continua. Zerynthia divenne un progetto nomade, che usciva dagli spazi tradizionali delle gallerie per invadere tenute nobiliari, castelli antichi del Lazio e persino cave di travertino.
Zerynthia fin da subito si pose in controtendenza rispetto al mondo dell’arte romano, legato a spazi chiusi e rigidi. Le mostre itineranti in siti storici nella campagna laziale rompevano gli schemi, offrendo un’esperienza diretta e coinvolgente, lontana dalla freddezza delle gallerie. Nel 2010, ad esempio, il festival nelle cave di Rapolano fu un evento memorabile, con performance di Annie Ratti, Franz West e Jan Fabre, che diedero vita all’azione “Questa Pazzia è Fantastica!”. Ancora oggi quell’evento resta un esempio di come arte, natura e comunità possano fondersi in modo originale.
Parallelamente nacquero iniziative come la RAM , una radio nata su un pulmino che nel tempo è diventata un archivio prezioso di voci, testimonianze e riflessioni artistiche. Tutto questo dimostra quanto lo spirito di Zerynthia fosse legato alla mobilità, all’interdisciplinarità e alla voglia di dare spazio a linguaggi fuori dalla scena ufficiale.
Il parco d’arte No Man’s Land in Abruzzo è un altro pezzo di questo progetto: un luogo aperto a tutti, senza barriere, dove si trovano opere permanenti di artisti come Gianfranco Baruchello, Jimmie Durham e Alvin Curran, insieme a installazioni di land art come quella di Yona Friedman. No Man’s Land continua a essere un luogo dove si vive l’arte in modo libero e accessibile, seguendo la traccia lasciata da Pieroni e Stiefelmeier.
Nel racconto di Zerynthia non si può dimenticare Dora Stiefelmeier. Spesso messa in secondo piano, Dora è stata l’altra metà di Mario, un punto di riferimento insostituibile. Il legame tra loro, sia personale che professionale, ha dato forza a un progetto che ha cambiato l’idea di arte contemporanea a Roma e oltre.
“I Pieroni” non sono solo due persone, ma un modo di lavorare che mette sempre gli artisti al centro. Dora è stata presente in ogni fase, dalla gestione dei progetti alle relazioni con la comunità artistica. Insieme hanno scelto una strada lontana dalla commercializzazione spinta, restituendo all’arte quel respiro aperto e libero che meritava.
Sfogliando “Il libro di Zerynthia” si incontrano volti noti e meno noti, amici e artisti che hanno attraversato decenni di attività. Dai primi passi con Hans Ulrich Obrist alle collaborazioni con Carolyn Christov-Bakargiev e Carsten Höller, fino all’incontro con Gerhard Richter, che ricevette una medaglia in Campidoglio accanto a Mario, ogni immagine racconta una vita intensa.
Accanto ai ritratti, si respira un’atmosfera di festa, scambio continuo, fatta di discussioni, musica, viaggi e risate. Non sono mai stati eventi freddi o formali, ma momenti in cui l’arte si mostrava nelle sue forme più aperte e vitali. Si parla di canti, baccanali e incontri suggestivi nelle cave di Rapolano, senza mai cadere nel settarismo.
Il libro documenta anche momenti chiave come la celebrazione dell’Ultimo Disegno del 1999, realizzata con tanti artisti per chiudere il secolo, o la partecipazione alla Biennale dell’Avana del 2000, su invito di Carlos Garaicoa. Sono episodi che raccontano l’impegno costante di mantenere vivo il dialogo tra arte, comunità e storia.
Nel racconto di Zerynthia emerge forte il simbolo della farfalla, parola e immagine che nel greco antico significa anima, il soffio vitale che lascia un corpo. Quella leggerezza ha sempre caratterizzato Mario Pieroni, capace di muoversi con disinvoltura nel mondo dell’arte, lasciando tracce profonde, mai ingombranti, sempre aperte al futuro.
Il suo lascito vive nel Parco d’arte d’Abruzzo, nelle trasmissioni della RAM e in tutti quei luoghi non convenzionali dove ancora oggi si cerca di incontrarsi, creare e vivere l’arte in modo diverso. Quelle ali bianche e nere continuano a volare, trasformandosi e spostandosi in territori nuovi, con lo spirito di chi sa che l’arte può essere molto più di quello che siamo abituati a vedere. Mario Pieroni se n’è andato, ma il suo volo continua nelle idee, nelle pratiche e negli spazi che ha costruito insieme a Dora e a tanti compagni di viaggio.
# Elisa Montessori a Villa Torlonia: un viaggio tra arte e memoria Varcare la soglia…
Cinquant’anni fa, Helmut Schober cominciava un viaggio nell’arte contemporanea che ancora oggi sorprende per intensità…
Nella quiete secolare di Villa della Regina, a Torino, un suono mai udito prima rompe…
Cinquant’anni di ricerca e uno stile che non si smentisce mai: Helmut Schober, nato a…
Alla Festa del Cinema di Roma 2024, il fumetto di Zuzu ha preso vita sul…
Cinquant’anni di arte condensati in una mostra a Villa Torlonia, Roma. Elisa Montessori, nata a…