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Helmut Schober: l’artista viennese che ha trasformato Milano e la Toscana in patria d’arte

Cinquant’anni fa, Helmut Schober cominciava un viaggio nell’arte contemporanea che ancora oggi sorprende per intensità e originalità. Milano, città che per l’artista viennese è stata molto più di un semplice luogo di lavoro, lo celebra alla Fondazione Mudima con una mostra che apre uno squarcio nel suo mondo creativo. Dall’infanzia tra le montagne di Innsbruck fino alle performance più estreme degli anni Settanta, passando per i suoi imponenti dipinti di luce, la rassegna racconta una traiettoria segnata da una coerenza rara. Schober non si è mai fermato, e le sue opere pulsano di quell’energia inarrestabile che ha sempre cercato di catturare.

Il corpo in azione: le prime performance di Helmut Schober

Nato a Innsbruck nel 1947, Schober si impose presto come una figura originale nel panorama dell’arte sperimentale europea. Nella Vienna degli anni Settanta, fulcro di performance estreme, il suo corpo non era solo soggetto, ma un vero e proprio veicolo di energie potenti e imprevedibili. Spesso trasgressive, le sue azioni trasformavano il corpo in uno strumento capace di innescare piccole “catastrofi” controllate, in dialogo con oggetti e costumi che amplificavano queste forze. Non si trattava di rappresentare semplicemente, ma di rendere tangibili tensioni e movimenti invisibili, trasformando l’azione in esperienza concreta.

Un esempio emblematico è la performance Concerto 1, presentata a Documenta 6 di Kassel nel 1977. Schober, disteso a terra, reggeva un tubo metallico legato alla schiena, nel quale una sfera rotolava avanti e indietro grazie ai suoi movimenti, generando suono e movimento. L’oggetto diventava così parte integrante dell’azione, un dispositivo in cui corpo e macchina si fondevano in un’unica entità in movimento. Le foto e l’installazione esposte a Milano restituiscono il ritmo e la complessità di questo intreccio tra arte, materia e suono.

Dalla fisicità alla luce: l’evoluzione pittorica

Negli anni Ottanta, pur restando centrale, il corpo sembra dissolversi in forme luminose sempre più astratte e cosmiche. Nei disegni preparatori, come quello per Narciso , si intravedono ancora gesti e movimenti, ma col tempo l’attenzione si sposta verso manifestazioni più evanescenti e spirituali. Opere come Figura con idolo , vista alla Biennale di Venezia del 1986, mostrano una figura umana quasi smaterializzata, pronta a trasformarsi in polvere di stelle. La luce si diffonde, suggerendo una fusione tra corpo e spazio siderale.

Un’altra tela chiave, Campo di battaglia 1, esposta a Documenta 8 nel 1987, si distingue per le sue onde concentriche di luce, indipendenti dal gesto umano. Questi lavori segnano un cambio netto: una pittura che comunica energie autonome, capaci di evocare vortici galattici, onde d’urto e un’energia centrifuga senza confini. La mostra a Milano mette in luce non solo il ritmo del colore, ma anche il respiro profondo e cosmico dietro ogni pennellata.

Mozart e la vitalità nascosta del paesaggio toscano

Negli anni Novanta, la musica di Mozart ispira una serie di disegni a carboncino, segnati da scie scure e forme astratte e stratificate. Questi lavori sono una traduzione intima di toni e melodie, un tentativo di collegare suono e immagine in un dialogo tra arte e sentimento. Sono tracce dense e vibranti, che tornano a riempire le pareti della mostra con tutta la loro forza.

Di fronte, la serie Toscana immaginata si presenta con tratti essenziali di pennarello nero. Sagome minimali di paesaggi e campanili tipici, ma in queste silhouette si avverte un’energia vitale che si espande, come radici o tentacoli che si allungano nel terreno. Non si tratta di descrivere il paesaggio, ma di coglierne l’essenza energetica, confermando la ricerca di Schober che vuole rendere visibili le forze invisibili che animano ogni forma.

Luce viva: le ultime opere di Helmut Schober

Al piano inferiore della mostra si trovano alcune delle opere più recenti e sorprendenti di Schober. Qui i pigmenti sembrano avere una luce propria, quasi fosforescente. Le tele mostrano scie luminose, sospese nel tempo, residui pulsanti di esplosioni di energia fermate in un attimo. L’artista cattura in immagine quella frazione di secondo in cui la luce si trasforma, un momento unico e irripetibile.

Ancora una volta, la musica di Mozart emerge come ispirazione quasi metafisica, ma in questi dipinti la dimensione si apre oltre l’umano, verso forze cosmiche e moti celesti che da sempre affascinano l’uomo senza mai essere completamente comprese. Schober crea così un ponte tra arte, scienza e natura, inserendo nelle sue tele il respiro dell’universo, una fonte inesauribile di energia riflessa nella materia.

Milano resta così custode di uno dei percorsi più coerenti e profondi dell’arte contemporanea, con una mostra che invita a lasciarsi attraversare dalla luce e dal movimento immateriale che ha animato per decenni la creatività di Helmut Schober.

Redazione

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