Lorenzo Lotto sfida i canoni rigidi dei ritratti rinascimentali, restituendo ai suoi soggetti uno sguardo che sembra quasi vivere, pulsare di emozioni sottili. È proprio questo sguardo, in bilico tra realtà e sentimento, ad aprire “Di quadro in quadro. L’arte della citazione”, la mostra che il Mart di Rovereto ospita fino al 1° novembre 2026. Si parte da un omaggio a Lotto, con due lavori di Giulio Paolini che riprendono il celebre Ritratto di giovane degli Uffizi, per poi inoltrarsi in un percorso di oltre 150 opere. Un viaggio che racconta come, dalla copia fedele alla libera interpretazione, la citazione abbia segnato la storia dell’arte, tenendo vivo il dialogo tra passato e presente.
L’apertura della mostra è affidata alle opere di Paolini ispirate al ritratto di Lotto. Nel suo “Controfigura ” del 1981, l’artista sostituisce gli occhi del giovane con i propri, creando un confronto diretto tra chi guarda e chi è guardato. Un gesto semplice, ma che fa riflettere sul ruolo dello sguardo nella pittura e sul rapporto tra autore, soggetto e spettatore. Paolini smonta il linguaggio rinascimentale del ritratto per mostrarne la natura dialogica: dipingere è sempre un confronto, non un gesto neutro.
Il tema della citazione artistica è il cuore della mostra: non una semplice riproduzione, ma uno strumento per rinnovare e approfondire il linguaggio visivo. Il percorso si snoda tra artisti del Novecento e contemporanei che hanno usato riferimenti, parafrasi e riprese per costruire opere capaci di attraversare tempi e spazi, mettendo in luce come la storia dell’arte sia un terreno fertile, sempre in movimento e reinterpretazione.
La mostra ripercorre le radici antiche della copia, come nelle botteghe rinascimentali dove si imparava replicando i maestri. Le incisioni di Marcantonio Raimondi, stretto collaboratore di Raffaello, raccontano questa tradizione, così come l’opera di Agostino Carracci che riprende la Crocifissione di Tintoretto, dimostrando come l’arte grafica diffondesse le immagini dei grandi maestri ben oltre la tela.
Le avanguardie del Novecento, con il loro rifiuto della riproduzione diretta, sembrano mettere in crisi questa pratica, ma tra le due guerre mondiali la copia torna in auge come strumento di studio e omaggio. Giorgio de Chirico, per esempio, si dedica a reinterpretazioni di Raffaello e Watteau, dando nuova vita a immagini classiche con il suo linguaggio metafisico. La copia, insomma, resta un modo per approfondire e rinnovare la ricerca artistica.
Tra le opere più intriganti in mostra c’è “I Maestri Serie Oro” di Flavio Favelli. L’artista sovrappone un gesto ironico e poetico a una collana di libri d’arte: alcune copertine sono coperte da carte dorate da cioccolatini, oscurando l’immagine ma rendendola ancora più presente nel racconto della storia dell’arte. Un gioco che mette in luce la complessità del rapporto con i maestri.
Il d’après è la citazione più libera, quella che non si limita a copiare ma interpreta, rielabora e trasforma l’opera di un maestro con la propria sensibilità. La mostra mette in luce come artisti del Novecento abbiano trovato linfa nella tradizione.
Piero della Francesca, per esempio, è stato fonte d’ispirazione per Campigli e Felice Casorati. Nel ritratto di Silvana Cenni , Casorati costruisce la figura con una rigidità che richiama il Polittico della Misericordia di Borgo San Sepolcro, dove la Vergine avvolge i fedeli. Un richiamo che trasforma l’eredità figurativa in qualcosa di nuovo e personale.
Anche Giorgio Morandi ha segnato generazioni di artisti. Claudio Parmiggiani gli ha dedicato una “Delocazione”, isolando e mettendo in risalto gli oggetti delle nature morte di Morandi, evocando la calma e la meditazione del pittore bolognese. Questi riferimenti presenti in mostra mostrano quanto forte sia il dialogo tra epoche diverse.
Una parte della mostra esplora il legame tra arte visiva e cultura pop, usando la parola “cover” dalla musica per indicare riprese di soggetti famosi reinterpretati con un linguaggio personale. Un esempio è la Gioconda di Ai Weiwei, costruita con mattoncini Lego, che trasforma un’icona dell’arte occidentale in un gioco contemporaneo.
Anche gli affreschi della Cappella Sistina, rivisitati da Tano Festa, trovano nuova forma nella Pop Art romana degli anni ’60 e ’70, entrando in dialogo con la street culture di piazza del Popolo. “Déjeuner sur l’herbe” di Manet viene invece ripreso in fotografia da Luigi Ontani in un tableau vivant degli anni ’60, mentre Chiara Calore lo reinterpreta con pennellate vibranti e animali surreali, offrendo una visione fresca e originale.
Il percorso si chiude con opere che parlano della società di consumo, mescolando citazioni colte e riferimenti al mondo popolare. Il celebre “Brillo Soap Pads Box” di Andy Warhol è presente come simbolo della svolta tra arte e mercanzia. Nelle tele di Mario Schifano spuntano simboli familiari come il logo Coca Cola, segno dell’ingresso dell’arte nel mondo mediatico e pubblicitario.
Questa mostra al Mart ci porta al cuore di un fenomeno fondamentale delle arti visive: il continuo intreccio di citazioni, rielaborazioni e confronti che tengono vivo il dialogo tra epoche, culture e generazioni, riflettendo una società in costante cambiamento.
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