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Alberto Savinio in mostra a Torino: oltre 70 opere tra viaggio, memoria e mito alla Pinacoteca Agnelli

La memoria è il vero laboratorio dell’arte, diceva Alberto Savinio, e a Torino questa verità prende forma concreta. Alla Pinacoteca Agnelli, oltre settanta opere raccontano un percorso unico, dove ricordi e miti si intrecciano con la materia stessa del dipinto. Savinio non è solo un pittore: è musicista, scrittore, scenografo. Un artista che, a dispetto del nome famoso del fratello Giorgio de Chirico, ha costruito un’identità solida e originale nel cuore del Novecento. Qui, il suo mondo si svela in tutta la sua complessità, pronto a sorprenderti.

Tra musica, pittura e scrittura: il poliedrico Savinio

Qui non si racconta solo la vita di Savinio, ma si mette in scena la sua creatività multiforme. Curata da Sarah Cosulich e Pietro Rigolo, la rassegna racconta un artista che ha attraversato vari linguaggi con grande originalità. Nato nel 1891 ad Atene come Andrea Francesco Alberto de Chirico, Savinio ha saputo reinventarsi, scegliendo nuove strade espressive. La sua carriera comincia nella musica: a quindici anni Ricordi pubblica un suo brano. La pittura arriva più tardi, intorno ai trentacinque anni, ma diventa centrale negli ultimi anni della sua vita, fino alla morte nel 1952, pochi giorni dopo la prima dell’opera Armida al Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, per la quale aveva curato le scene.

La mostra mette in evidenza due fasi fondamentali della sua pittura: il periodo dal 1926 al 1933, con il ritorno in Italia da Parigi, e gli anni del secondo dopoguerra. Le opere non seguono un ordine cronologico, ma sono disposte per temi, accompagnando il visitatore attraverso i grandi motivi della sua poetica: la famiglia, l’infanzia come paradiso perduto, il mito, la classicità, il manichino, il mostruoso, la donna incinta, l’isola, il divino.

Pittura e materia: Savinio tra tradizione e sperimentazione

La pittura di Savinio riflette una ricerca costante sui materiali e sulle tecniche. Passa dall’olio, che considera una tecnica “gotica”, alla tempera, più vicina alla tradizione rinascimentale italiana. I suoi disegni, spesso studi preparatori o destinati a pubblicazioni, sono curati con una precisione quasi artigianale.

Tra i lavori più significativi spiccano Le tendre quatuor del 1928 e Bataille de Centaures del 1930, che raccontano il suo interesse per il mito e il rapporto tra uomo e bestia. Molte sue opere portano con sé un senso di perdita, personale e collettiva. Le donne-uccello o Niobe del 1932, ad esempio, parlano di maternità, sacrificio e lutto attraverso un linguaggio simbolico complesso.

Savinio trova un equilibrio tra classicità e modernità, con una pittura che diventa quasi un teatro di immagini costruite come “copie di copie”, anticipando dinamiche oggi comuni nell’arte contemporanea. I suoi collage, che uniscono garze, merletti, fotografie di famiglia e statue classiche, creano stratificazioni materiche che amplificano la profondità espressiva delle opere.

Memoria e mito: la visione unica di Savinio

Per Savinio la memoria è il cuore dell’arte, non un sogno inconscio come nel surrealismo, da cui lui prende le distanze. I ritratti di famiglia e i “giocattoli” dipinti con colori vivaci sembrano evocare un passato mitico, carico di simboli legati alla sua infanzia e alle radici greche. La sua esperienza si muove tra Grecia, Italia, Germania e Francia, in un continuo viaggio di riscoperta artistica e personale.

Savinio rifiuta le interpretazioni freudiane del sogno. Per lui la realtà è una scena teatrale da reinventare continuamente. Opere come Promenade Pompéienne del 1926, con i suoi collage di materiali diversi, e Couple et enfant del 1927, sono esempi di questo approccio che mescola passato e presente, realtà e invenzione. La fusione tra animale e umano nelle sue composizioni rompe il dualismo classico, suggerendo una visione più ampia della vita e dei suoi confini.

Gli ultimi anni e il valore contemporaneo della mostra

Negli ultimi anni, la sua pittura si fa più oscura, carica di inquietudine e di un sogno profondo. I dipinti del 1951 e 1952, come Il monumento alla musica e Bal de Tetes, mostrano un segno meno definito, più evocativo, sospeso tra realtà e immaginazione. Ne esce il ritratto di un artista che non smette di esplorare nuovi linguaggi fino alla fine.

La mostra alla Pinacoteca Agnelli offre anche uno sguardo attuale sul pensiero di Savinio. I curatori sottolineano come la sua opera anticipi temi oggi molto discussi: il corpo, l’identità, il rapporto tra uomo e natura, il superamento dell’antropocentrismo, la fluidità delle identità di genere. L’idea di una pittura pensata come un algoritmo apre un ponte tra passato e presente, creando un dialogo con le tendenze contemporanee senza tradire la sua natura sperimentale e multidisciplinare.

Nel cuore di Torino, Savinio torna a farsi sentire, non solo come figura storica, ma come una voce viva capace di stimolare nuove riflessioni sul presente e sulle potenzialità dell’arte. La mostra, aperta fino ad aprile 2027, conferma l’importanza di un artista che ha saputo mescolare mito, memoria e innovazione con uno sguardo sempre rivolto al futuro.

Redazione

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