Una locomotiva sospesa, immobile ma potente, cattura lo sguardo. È l’opera di Ibrahim Mahama, artista ghanese che trasforma un gigante d’acciaio abbandonato in un simbolo vibrante. In un’epoca in cui tutto si muove a ritmo frenetico, questa macchina ferma invita a fermarsi davvero. Dove finiscono i mezzi che non servono più? E cosa resta degli spazi che li ospitano? Mahama non dà solo risposte: apre nuove strade, spingendo a ripensare la mobilità e il futuro delle nostre città. Non è solo arte, è un invito a osservare il movimento da un’angolatura inattesa, a riflettere su ciò che siamo pronti a lasciare indietro.
Nel 2025, alla Kunsthalle Wien, “Zilijifa” ha attirato l’attenzione di pubblico e critica. Al centro della sala, una locomotiva diesel tedesca fuori uso è stata sollevata e sospesa in aria, spezzando lo spazio espositivo. L’immagine è forte, quasi sconcertante: un mezzo pensato per muoversi ora resta sospeso, privato della sua funzione originaria. Ma la vera sorpresa sta nel sostegno: migliaia di catini di ferro smaltato, chiamati headpan, usati in Ghana per trasportare merci sulla testa. Un oggetto industriale si regge su elementi semplici e quotidiani, quasi umani. Così la locomotiva diventa un’architettura sospesa tra passato industriale e presente artigianale, uno spazio che invita a riflettere.
“Zilijifa crea un momento di rottura preciso. Qui la locomotiva non si limita a fermarsi, ma si trasforma.” Come ricordava la sociologa Susan Leigh Star, le infrastrutture si vedono solo quando si rompono. Mahama invece le mette in scena, facendo emergere dall’arte quello che di solito resta nascosto. La macchina smette di essere solo macchina per diventare spazio di pensiero. Chi guarda si trova davanti a una domanda attuale: “cosa succede quando gli strumenti fatti per spostarsi si fermano?”
Nel mondo circolano oggi circa un miliardo e mezzo di automobili. Le nuove forme di mobilità – auto condivise, guida autonoma, servizi on demand – promettono di ridurre quel numero. Ecco allora che non basta più solo pensare a produrre nuovi veicoli, ma bisogna interrogarsi sul destino di quelli già in circolazione. Questo cambio di paradigma può incidere profondamente sulle città, sulle infrastrutture e sulle abitudini di spostamento, trasformando i paesaggi che conosciamo.
In questo contesto l’arte contemporanea gioca un ruolo importante. Gli artisti, osservando i segnali più sottili della realtà, anticipano i cambiamenti sociali e tecnologici prima che diventino evidenti nei dati o nelle statistiche. L’opera di Mahama si inserisce qui: usa materiali di scarto e strutture abbandonate per raccontare storie di sostenibilità, economia circolare e rispetto delle radici culturali di comunità.
Nato nel 1987 a Tamale, in Ghana, Ibrahim Mahama è diventato in pochi anni una delle figure più rilevanti dell’arte contemporanea internazionale. Nel 2025 ha dominato la classifica Power 100 di Art Review. Il suo lavoro si concentra su grandi installazioni site-specific realizzate con materiali riciclati, spesso legati alla memoria coloniale e postcoloniale del suo paese. Trasforma oggetti abbandonati in nuove architetture, che diventano spazi collettivi e occasioni di riflessione.
Oggi Mahama è al centro di una mostra monografica alla Fondation Cartier di Parigi e in Italia presenta “Napoli Contemporanea” con le barche di Voyageur in Piazza Municipio, visibili fino a novembre 2026. La sua ricerca attraversa esperienze culturali e sociali complesse, fondendo artigianato, sostenibilità e storia in un discorso più ampio sull’arte contemporanea mondiale. Sa trasformare il passato in narrazione visiva, creando un ponte tra ieri e domani.
“L’Arte Anticipa il Futuro” è un progetto promosso dalla School of Vision con ENI e ROAD, che coinvolge artisti da tutto il mondo capaci di intercettare i segnali più sottili dei cambiamenti sociali. In 14 puntate, guidate da Marco Bassan, il programma offre riflessioni su mobilità, energia, sviluppo urbano e sostenibilità.
L’intervento di Mahama con “Zilijifa” si inserisce perfettamente in questo dibattito sulle città che verranno. Dimostra come il disuso possa diventare occasione di rigenerazione artistica e culturale. La locomotiva sospesa è una metafora potente, capace di mettere in discussione la rigidità degli spazi urbani e delle infrastrutture industriali, aprendo nuovi orizzonti per immaginare e progettare il futuro.
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