Entrare in Assab One a Milano significa subito sentirsi sospesi in un’atmosfera diversa, quasi fuori dal tempo. Le tele di Elena El Asmar non sono semplici dipinti: sono scrigni di memorie, piccoli frammenti di oggetti e scorci di paesaggi interiori che si intrecciano. Non si resta passivi davanti a queste opere; si è spinti a muoversi, a cercare dettagli nascosti, a cambiare angolazione per cogliere nuove sfumature. Ogni elemento ha un suo ritmo, una propria dimensione, che invita a uno sguardo attento, quasi tattile. La pittura qui non è solo immagine, ma uno spazio da abitare, un palcoscenico dove segni e sensazioni prendono vita.
Le grandi tele di El Asmar sono montate su strutture di legno che ricordano piccole architetture contemporanee. Non è una mostra come tante: è un percorso che si fa camminando, un invito a muoversi tra pareti dipinte. Gli spazi tra i pannelli lasciano intravedere altre opere, creando un gioco di sguardi parziali che stimolano la curiosità. Dietro ogni schermo il paesaggio muta, offrendo pause visive e suggerendo nuove storie. È una composizione che coinvolge corpo e occhi, trasformando la visita in un’esperienza immersiva. E dentro questa struttura si trovano anche piccoli dipinti, quasi discreti, ma carichi di significato. Questi micro-racconti chiedono calma e attenzione per seguirne i contorni, le pennellate, i segni che tessono un ricordo o un frammento di natura.
La tecnica di El Asmar dà forma a una materia in continuo mutamento. Su grandi tessuti di raso di cotone l’artista stende acrilico e candeggina, lavorando decolorazioni che creano trame complesse. Ramificazioni, vuoti e nodi si intrecciano, restituendo immagini vegetali o minerali. Qui non c’è una definizione netta, ma piuttosto dettagli visti da angoli incerti, come ricordi sfuggenti. I colori, dai rosa ai violacei fino a tocchi di rame, emergono dal fondo con intensità variabile, alternando zone dense a spazi quasi evanescenti. Il colore sembra segnato dal tempo, come se la luce l’avesse consumato. La linea tra figura e fondo resta instabile: ciò che sembra ramificazione può diventare sfondo, mentre il vuoto guadagna spessore. Anche la struttura portante, fatta di legno e telai lasciati a vista, si fonde con le superfici dipinte. La carpenteria diventa parte dell’opera, dando all’ambiente un’intimità leggera. Gli spazi tra i pannelli funzionano come quinte teatrali, luoghi da attraversare, dove il visitatore si muove in un dialogo costante con le superfici.
I dipinti più piccoli, appoggiati sui telai, raccolgono l’essenza del lavoro di El Asmar. Forme semplici come profili ondulati, cerchi, festoni o sagome stellate si fanno delicate. Questi segni si avvicinano a oggetti familiari, come vasi, corolle di fiori o bacini d’acqua, ma restano volutamente ambigui. La linea non si limita a definire, ma si sposta con lievi deviazioni, aprendo a più letture. Il colore mantiene variazioni nella stesura, trasmettendo una sensazione di densità, come se ogni segno fosse stato conservato nel tempo. In questi quadri piccoli si concentra l’osmosi tra segno e memoria tipica della pittrice: un equilibrio poetico che unisce paesaggio mentale, immaginazione e ricordo. L’ornamento qui non è solo decorazione, ma richiama immagini trattenute nella memoria, un interno, un oggetto caro, un’esperienza ridotta all’essenziale. Questi lavori compongono un repertorio dove tempo, colore e forma si mescolano, facendo dell’intimità qualcosa di visibile.
I Siparietti rappresentano un altro campo di sperimentazione nella mostra milanese. Qui El Asmar lavora con collage di carte da lucido colorate, assemblando ritagli con profili autonomi che si sovrappongono in intrecci di trasparenze. La luce attraversa i vari strati, modulando il colore: più intenso dove i fogli si sovrappongono, più chiaro dove si diradano. La profondità si gioca su distanze minime, quasi impercettibili, che cambiano l’equilibrio complessivo. Il richiamo al teatro emerge nel titolo e nella struttura: i fogli diventano quinte che organizzano lo spazio visivo, creando una scena raccolta e calibrata nei colori. Anche l’ombra diventa parte del disegno, segnando i confini tra i livelli sovrapposti. Nonostante la forte componente costruttiva, resta un’eco della pagina, della sua intimità. Questi lavori mostrano il processo creativo, tenendo a vista l’interazione degli elementi e il rapporto essenziale tra forme e colori.
La memoria attraversa anche le sculture di El Asmar. In “L’esercizio del lontano”, il gioco tra superficie e profondità si fa palpabile nel tessuto che avvolge un vaso di vetro. Il tessuto segue le curve del contenitore, si adagia nelle strettoie e si stende sulle superfici più larghe, creando una griglia che divide il volume in piccoli episodi. Questa sovrapposizione genera una tensione tattile: la trama invita al contatto, mentre la trasparenza del vetro mette in dubbio la solidità dell’oggetto. Il risultato è un vaso familiare che si trasforma in un ricordo sbiadito, dove rimangono forme e dettagli ornamentali. Il riferimento al mistico persiano Shihâboddîn Yahyâ Sohrawardî sottolinea come questa memoria visiva vada oltre la rappresentazione per assumere un valore conoscitivo e immaginifico. El Asmar trasforma materiali e forme note in visioni che oscillano tra Oriente e Occidente, tra esperienza sensibile e riflessione intellettuale.
La mostra prende forma nel dialogo con lo spazio che la ospita. Assab One, fondato da Elena Quarestani nel 2002, ha una storia legata alla produzione d’immagini. Situato nell’ex stabilimento GEA – Grafiche Editoriali Ambrosiane, conserva un’atmosfera industriale, evidente nel ritmo delle travi e nella vastità del pavimento. Questa architettura si intreccia con quella più intima di El Asmar, fatta di strutture in legno che definiscono uno spazio raccolto ma aperto. Il contrasto tra la grandezza dell’ambiente e la precisione delle immagini crea una tensione che amplifica la forza delle opere. Qui si fondono riferimenti interni ed esterni: la memoria racchiusa nelle forme dipinte sembra abitare anche la storia dello spazio, che ne amplifica il valore simbolico. Il visitatore si muove in questo gioco di contrasti – passato e presente, grande e piccolo, superficie e profondità – e trova così una nuova chiave per guardare paesaggi visivi e ricordi. La mostra resterà aperta fino al 28 novembre 2026, offrendo il tempo per scoprire con calma l’universo di Elena El Asmar.
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