Rimini, 1921. Due fratelli nascono in una famiglia modesta: Federico e Riccardo Fellini. Il primo, destinato a diventare un gigante del cinema mondiale. Il secondo, invece, si muoveva dietro le quinte, lontano dai riflettori che illuminavano il nome di famiglia. Figlio di Urbano, un commerciante di alimentari, e di Ida Barbiani, Riccardo cresce con il peso di un cognome famoso e il sogno di emergere come baritono e attore. Ma la realtà si rivela meno generosa, e quel talento resta spesso soffocato. Una storia di ambizioni e ombre, troppo spesso dimenticata.
Riccardo era un ragazzo vivace, brillante e un po’ ribelle rispetto all’ordine famigliare. Nato pochi anni dopo Federico, si trovò presto a fare i conti con il peso del fratello maggiore, già immerso nel mondo del cinema. I genitori, consapevoli della sua energia, lo mandarono in collegio a Fano, ma l’esperienza durò poco: due anni di elementari e poi il ritorno a casa per completare gli studi fino al diploma in ragioneria. Ma la via commerciale e l’attività di famiglia non lo appassionavano. Riccardo aveva un’altra strada in mente: la sua voce da tenore attirava l’attenzione di chi lo ascoltava, spingendolo verso il mondo dello spettacolo.
A tenerlo vivo era anche il legame con Federico, che intanto muoveva i primi passi nel cinema. Riccardo prese lezioni di canto da un maestro romano, il cui affetto per la famiglia si trasformò in un legame ancora più stretto: si fidanzò con Alessandra Moreschi, figlia del suo insegnante, e da questa unione nacque la figlia Rita. Intanto, il sogno di Roma cresceva: la capitale era la terra promessa per chi voleva emergere nel teatro o nel cinema.
Arrivato a Roma, Riccardo si scontrò presto con una realtà meno romantica di quella immaginata. Per mantenere la famiglia fece il piazzista, ma il palco e la recitazione restavano il suo obiettivo. Studiò al Centro Sperimentale di Cinematografia, scuola di eccellenza per attori e registi, dove affinò le sue doti. Nel 1942 ottenne un piccolo ruolo nel film “I 3 aquilotti” di Mario Mattoli, la sua prima apparizione sul grande schermo.
Quello stesso anno Federico, ormai affermato regista, scrisse una lettera indirizzata al fratello, pubblicata su una rivista di cinema, “Cine Teatro Radio Magazzino”. “Lettera al fratellino” era un misto di affetto e consigli per affrontare un mestiere duro e incerto. Ma quella lettera mostrava anche la distanza tra i due, un rapporto complicato che segnò profondamente Riccardo.
Il legame tra Federico e Riccardo non fu mai facile. Federico era già un gigante, mentre Riccardo si muoveva sempre in secondo piano, spesso nell’ombra. Nel 1943, al matrimonio di Federico con Giulietta Masina, Riccardo cantò l’Ave Maria di Schubert, un momento che racchiude tutta la voglia di farsi notare. Qualche anno dopo, nel 1953, recitò in un ruolo piccolo ma importante ne “I Vitelloni”, film cult diretto da Federico.
Quel confronto, però, divenne un peso difficile da sopportare. Riccardo cercò di affermarsi da solo, dirigendo un unico film: “Storie sulla sabbia”, presentato al Festival di Venezia nel 1963. Nonostante qualche spunto interessante e un’atmosfera alla Fellini, il film passò inosservato e senza distribuzione. La critica, come quella di Francesco Dorigo su Cineforum, lo giudicò “essenzialmente gracile”.
Un episodio emblematico racconta molto del loro rapporto: un giorno, in Piazza del Popolo, Federico disse a Riccardo, con una punta di amarezza, “Perché firmarlo Fellini? Usa il cognome di mamma, Barbiani.” Una frase che segnò una frattura profonda. Riccardo, ferito, ripeteva spesso: “Se Federico è un ‘Otto e mezzo’, io non ho nemmeno la sufficienza.”
Dopo il fallimento al cinema e il peso dell’eredità del fratello, Riccardo lasciò il grande schermo e si dedicò a una passione meno appariscente ma sentita: la cura degli animali. Amante degli animali da sempre, nel 1974 realizzò per la Rai “Lo zoo folle”, un’inchiesta in tre puntate sullo zoo di Roma. Durante le riprese, ebbe un incidente curioso e doloroso: uno scimpanzé gli strappò l’indice della mano destra, costringendolo al ricovero. Riccardo, ironico, rassicurò gli amici preoccupati dicendo che il problema era dello scimpanzé, che dopo l’episodio rifiutava il cibo.
Nel 1983 continuò con un altro documentario per la Rai, “Quegli animali degli italiani”, in sette puntate, che denunciava le condizioni dure degli animali negli allevamenti intensivi. In questo campo dimostrò sensibilità e impegno, anticipando alcune battaglie future per i diritti degli animali. Morì nel 1991, a 70 anni, per una paralisi; un destino malinconico che per lungo tempo ha fatto dimenticare la sua figura.
Dimenticato per anni, Riccardo tornò alla luce nel 2013 grazie al documentario “L’altro Fellini” di Stefano Bisulli e Roberto Naccari, presentato al Festival di Roma. Il film raccontò la fragilità e il talento nascosto di un uomo vissuto all’ombra di un genio. Fu un riconoscimento tardivo, che permise di vedere Riccardo non solo come “il fratello di”, ma come una persona con passioni, delusioni e una sua piccola eredità culturale.
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