Non esistono confini per l’arte, dice Gabriella Rebello Kolandra, mentre attraversa con passo deciso i mondi che la ispirano. Nata a Rio de Janeiro nel 1993, ha costruito la sua vita tra il Brasile e l’Italia, spostandosi da Venezia a Milano. Ma il suo viaggio non è solo geografico: è un continuo movimento che plasma il suo modo di curare mostre e progetti. Gabriella non si accontenta delle consuetudini; sfida i linguaggi tradizionali dell’arte, rifiutando mode passeggere e strategie di mercato. La sua missione è chiara: dare voce a chi lotta per emergere, creare spazi dove l’arte diventa confronto, incontro e persino scontro, soprattutto tra il Sud globale e i grandi centri dell’arte contemporanea. Al centro del suo lavoro ci sono il processo creativo e le complesse relazioni che si intrecciano tra identità, migrazioni e linguaggi. Temi che riflettono il suo percorso, sospeso tra Europa e America Latina, due mondi spesso marginalizzati, ma fondamentali nella sua visione.
La formazione di Kolandra si muove tra luoghi e discipline lontani ma collegati. A Rio ha studiato architettura e urbanistica all’Università Federale, interessandosi subito al legame tra spazio e rappresentazione. Un anno di scambio all’Università IUAV di Venezia è stato decisivo: qui ha scoperto che la sua curiosità andava oltre l’architettura, abbracciando le arti visive e la curatela come campo di ricerca. Tornata in Brasile, ha lavorato alla tesi con due docenti che l’hanno spinta a rompere con l’architettura modernista, trasformando quel lavoro in un primo progetto espositivo.
Quel momento ha segnato l’inizio di un percorso curatoriale che costruisce ponti tra discipline e mette in discussione il linguaggio come mezzo non neutro ma produttivo. Nel 2019 si trasferisce a Milano grazie a una borsa di studio alla NABA, dove si confronta con un contesto internazionale e istituzionale europeo, affinando ancora di più il suo sguardo critico.
Tra il 2021 e il 2025, Kolandra ha lavorato con la Fondazione ICA Milano, esperienza chiave per capire le dinamiche istituzionali e gestire progetti complessi. Far parte di un team le ha permesso di dialogare ogni giorno con artisti di diverse generazioni e linguaggi, occupandosi anche delle condizioni materiali di produzione e del rapporto con il pubblico. Un esempio di questo lavoro è la mostra “Whose is this?”, dedicata a Isabella Costabile e co-curata con Chiara Nuzzi. Iniziative come questa hanno ribadito quanto sia fondamentale, oggi, uno sguardo attento ai processi creativi e alle relazioni tra artisti, istituzioni e pubblico.
L’esperienza all’ICA ha consolidato un modo di fare curatela lontano dalle logiche commerciali, puntando invece a sostenere i percorsi artistici in crescita e valorizzando il confronto tra tradizione e innovazione, condizioni di vita diverse e visioni del mondo.
Nel 2025 Gabriella ha curato il programma annuale di Platea a Lodi, uno spazio no-profit dedicato all’arte emergente e alla sperimentazione. Il progetto, intitolato “Nine out of ten movie stars make me cry”, prende il nome da una canzone di Caetano Veloso scritta durante il suo esilio negli anni ’70, un richiamo forte alla condizione di dislocamento. Il programma ha coinvolto artisti emergenti come Ulyana Nevzorova, Rebeca Pak, Vashish Soobah e Marvin Gabriele Nwachukwu, ognuno con uno sguardo diverso sull’attraversamento, mettendo in luce le molte sfaccettature di identità, migrazione e fruizione artistica.
Questa iniziativa ha trasformato un piccolo spazio cittadino in un luogo di riflessione sull’arte come esperienza di alterità e incontro, puntando l’attenzione sulle complessità del mondo di oggi e su come si percepiscono le opere.
Nel 2026 Kolandra ha vinto il Premio Meridiana, promosso dal Museo Madre di Napoli per curatori under 45. Il progetto nato da questa vittoria, “Santa do pau oco”, ha riunito tre artiste di generazioni diverse: Clarissa Baldassarri, Maria Luce Cacciaguerra e Anna Maria Maiolino. Il titolo richiama un’espressione brasiliana legata all’estrattivismo coloniale portoghese, una metafora che indica qualcosa che nasconde una realtà diversa da quella che appare.
La mostra ha ampliato il concetto di Sud, andando oltre i confini geografici e mettendo in dialogo Mediterraneo e America Latina. Ha riscoperto eredità coloniali e pratiche artistiche che le affrontano. Kolandra ha usato il Sud globale come chiave di lettura critica e di connessione, tessendo una rete di tensioni condivise e offrendo una visione interculturale e politica delle nuove pratiche artistiche.
L’esposizione ha confermato la sua idea di curatela come spazio dove le contraddizioni non si risolvono, ma diventano terreno fertile per la creatività, facendo dell’exhibition making un luogo di confronto interdisciplinare.
Oggi Gabriella Rebello Kolandra definisce il suo modo di lavorare come il risultato di esperienze vissute in ambiti accademici pubblici del Sud del mondo. La sua curatela mette al centro le condizioni materiali e relazionali che stanno dietro alla produzione artistica. Si confronta con linguaggi diversi e punti di vista plurali, senza cercare di appianare le differenze con risposte semplici.
Il suo approccio privilegia il sostegno a pratiche che non seguono le logiche di mercato, interessandosi più al percorso che al risultato. Vuole creare occasioni dove l’incontro supera la semplice esposizione, diventando spazio di riflessione e tensione creativa. Per lei, curare significa agire politicamente, trasformando l’exhibition making in un campo aperto, critico e interdisciplinare. In questo modo costruisce un luogo dove il senso nasce dalle relazioni, dalle frizioni e dalle complessità del presente.
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