Quando Stefano Boeri ha preso in mano la Triennale di Milano, il luogo era ancora un museo tradizionale, tutto spazi chiusi e mostre statiche. Oggi, dopo otto anni, è diventato un cuore pulsante della città, un punto d’incontro per chi cerca cultura ma anche confronto e vita quotidiana. Non è un semplice spazio espositivo: è una piazza urbana, vibrante e aperta a tutti, dai giovani alle famiglie. Boeri racconta senza filtri come ha affrontato scelte audaci, innovazioni architettoniche e i momenti difficili della pandemia, ma anche le sfide di una gestione complessa, segnata da tensioni politiche e persino indagini giudiziarie. Un racconto vero, che va oltre la superficie e mostra il peso di guidare un’istituzione così importante.
Il primo punto che Boeri mette in luce è come la Triennale sia diventata un nome conosciuto fuori dall’Italia, un traguardo raggiunto con un lavoro costante di apertura internazionale. Racconta che ormai lo conoscono più come presidente della Triennale che per il Bosco Verticale, l’iconico progetto di architettura che lo aveva reso famoso. Ma questa notorietà non ha mai fatto dimenticare il legame con Milano. Anzi, il Palazzo dell’Arte si è trasformato in una vera “città nella città”, uno spazio aperto e gratuito che collega il Parco Sempione a Milano, animato da eventi che vanno dal relax alla musica, dal gioco alle arti visive.
Al centro di tutto c’è stata la voglia di coinvolgere pubblici diversi: nei weekend si vedono giovani coppie internazionali, famiglie con bambini, anziani che scelgono la Triennale come luogo di ritrovo quotidiano. Un passo fondamentale è stato liberare gli spazi: chiudere locali privati che limitavano l’accesso, aprire aree dedicate agli archivi, valorizzare gli interni originali di Giovanni Muzio, eliminando aggiunte superflue degli anni passati. Così la Triennale è diventata un luogo dove arte e comunità si intrecciano, con una forte dimensione sociale.
Boeri individua tre esposizioni triennali come tappe decisive nella nuova vita della Triennale. La prima, “Broken Nature” del 2019, in collaborazione con il MoMA di New York, ha messo sotto la lente il tema della riparazione del danno ambientale causato dall’uomo. Nel 2022 è arrivata “Unknown Unknowns”, che ha affrontato la pandemia da Covid-19 mettendo al centro la natura come micro-organismo dentro di noi, un tema attuale e carico di emozione.
La terza mostra, “Inequalities”, prevista per il 2025, unisce la transizione ecologica alla lotta contro le disuguaglianze sociali e di genere, proponendo uno sguardo globale a queste sfide intrecciate. Grazie a un mix di rigore scientifico e sensibilità artistica, queste esposizioni hanno trasformato la Triennale in una sorta di scuola pubblica, capace di dialogare con la società contemporanea e un pubblico variegato. Sono state anche occasione di collaborazioni internazionali di alto livello, che hanno rafforzato il prestigio dell’istituzione nel mondo.
Gli anni di Boeri alla guida della Triennale sono stati segnati dalla pandemia, un colpo duro per l’istituzione e per Milano. Nel marzo 2020, proprio mentre si preparava la mostra internazionale, è arrivato il lockdown. A rendere il periodo ancora più pesante sono stati i lutti nella comunità culturale milanese: la scomparsa di figure come Lea Vergine, Enzo Mari e Giovanni Gastel ha lasciato un vuoto profondo. Boeri ricorda con dolore questi amici, sottolineando che Milano non ha ancora davvero elaborato quel trauma.
Nonostante tutto, la Triennale non si è fermata. Tra le iniziative più significative c’è stata la processione notturna con gli “scheletri” di Romeo Castellucci nel novembre 2021, un evento intenso che ha dato forma al lutto e al dolore collettivo provocato dalla pandemia. Definita un mix di orrore e bellezza, questa performance ha mostrato come la Triennale sia diventata uno spazio di consapevolezza e memoria attiva. Affrontare un momento così critico mantenendo viva la cultura è stato un segno di forza.
Il rafforzamento della Triennale è passato anche da una governance solida e un management mirato. Boeri sottolinea il ruolo chiave del consiglio d’amministrazione nel primo quadriennio, che ha messo ordine nelle finanze e tracciato linee chiare per la programmazione culturale. Al suo fianco, la vice-presidente Elena Vasco e gli altri membri del CdA hanno lavorato con metodo, valorizzando risorse come il Museo del Design e i teatri diretti da Umberto Angelini.
La programmazione si è concentrata su grandi protagonisti del design italiano del secondo Novecento, approfondendo figure come Enzo Mari, Alessandro Mendini, Gae Aulenti e altri nomi di rilievo internazionale. La scelta di mantenere un filo rosso coerente, anche a costo di qualche critica, ha permesso alla Triennale di costruirsi un’identità forte e riconoscibile a livello globale. Si è evitata la dispersione per dare peso e credibilità a ogni progetto.
Il modello di fondazione di partecipazione ha portato a un aumento significativo dei finanziamenti pubblici, oggi il 43% del bilancio, senza perdere autonomia finanziaria né attenzione alla sostenibilità. La direzione generale, guidata da Carla Morogallo, ha mantenuto i conti in ordine, con un fatturato annuo stabile intorno ai 20 milioni di euro e un patrimonio cresciuto di circa 6 milioni negli ultimi anni.
Per quanto riguarda gli sponsor privati, la linea è stata netta: il sostegno deve andare di pari passo con la condivisione della programmazione culturale. Questo ha evitato confusione tra eventi propri della Triennale e attività commerciali a pagamento. Una partnership di grande rilievo è stata quella con la Fondation Cartier pour l’Art Contemporain, nata proprio da questa condivisione, che ha dato vita a mostre itineranti di grande successo.
Uno degli aspetti più significativi del mandato di Boeri è stata la cura dell’edificio, con l’intento di riportare alla luce l’armonia originale creata da Giovanni Muzio nel 1933. Il progetto “Back to Muzio” ha tolto gli interventi successivi che appesantivano gli spazi, ristabilendo proporzioni e forme con una flessibilità che rispetta l’architettura monumentale.
Sono stati rimossi elementi invasivi, aperti nuovi spazi come “Cuore” per gli archivi, ripensato il piano parco e valorizzate le curve e i grandi volumi interni. Tra le realizzazioni più apprezzate c’è la ricostruzione filologica della “Casa Lana” di Ettore Sottsass, una vera macchina del tempo che oggi è uno spazio unico, ammirato e invidiato nel mondo del design.
Se la riconquista degli spazi è stata una vittoria, alcune idee ambiziose sono rimaste sulla carta, riflettendo però una visione più ampia. Boeri avrebbe voluto aprire l’Impluvium, un grande vuoto verticale dell’edificio, per ospitare opere di dimensioni eccezionali, ma il progetto non è andato avanti.
Un altro piano importante riguardava il riavvicinamento tra la Triennale e la Torre Branca di Gio Ponti, entrambe nate nel 1933, con l’idea di trasformare la Torre in una “RadioTriennale” capace di diffondere contenuti culturali a livello globale. Questi progetti avrebbero rafforzato il ruolo della Triennale nel tessuto urbano di Milano, facendone un vero e proprio cuore pulsante della vita culturale cittadina.
Boeri guarda al futuro auspicando una governance più aperta, che includa un posto fisso nel consiglio d’amministrazione per le università milanesi, con rotazioni periodiche. Questo favorirebbe un dialogo costante tra mondo accademico, arte e design, rendendo la Triennale sempre più uno spazio di ricerca e innovazione.
Il tema del presidente non pagato è stato per lui un punto dolente, definito una “follia”. Ma riconosce anche che questa scelta ha garantito indipendenza, permettendo decisioni culturali libere da pressioni esterne. La Triennale ha avuto il coraggio di ospitare opere forti, come la grande scalinata di sangue del 2023 per le vittime di Gaza, un evento unico in Europa per il suo valore simbolico.
Gli ultimi anni hanno portato anche momenti difficili, con indagini giudiziarie che hanno messo Boeri sotto pressione. Lui ha affrontato tutto con fiducia e anche rabbia, ma sottolinea di aver trovato in Triennale un ambiente unito e riconoscente, cosa che altrove, anche in politica, non sempre è capitata.
Questa coesione interna è stata una risorsa preziosa, permettendo all’istituzione di mantenere stabilità e continuità nonostante l’atmosfera esterna e le difficoltà personali del presidente. Boeri lascia così un’eredità fatta di senso di comunità e professionalità, valori fondamentali per il futuro della Triennale.
Anche dopo il suo mandato, la Triennale punta in alto. Tra i progetti in cantiere ci sono grandi mostre dedicate a protagonisti della cultura italiana come Francesco Clemente e Costantino Nivola, la cui retrospettiva sarà la più ampia mai realizzata sullo scultore sardo naturalizzato newyorkese. Saranno esposizioni che continueranno sulla strada tracciata in questi anni, mescolando rigore scientifico e creatività artistica.
Per Boeri, il ritorno allo studio di architettura sarà accompagnato da nuovi progetti, sempre con l’idea che, come diceva Gio Ponti, la creatività in architettura moltiplica e non limita. Il lavoro alla Triennale segna un capitolo importante, ma non una chiusura: è la conferma di uno sguardo rivolto avanti, senza mai perdere le radici culturali e urbane che ha contribuito a rafforzare.
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