Nel cuore di Verbania, Villa Giulia apre le sue porte per raccontare un uomo che ha cambiato il volto del design italiano. Alessandro Mendini, un nome che pesa come un monolite nel Novecento creativo, non si lascia spiegare con facilità. La sua vita è un mosaico di arte, architettura, poesia e pensiero critico, tutto intrecciato senza confini precisi. Sette stanze, tutte diverse, raccolgono oggetti iconici e dettagli d’epoca, immersi in affreschi e stucchi che parlano di storia e bellezza. Un racconto che va oltre l’oggetto, un dialogo intimo fra il passato personale del maestro e il patrimonio del design italiano, custodito in un luogo che sembra fatto apposta per ospitarlo.
La curatrice Loredana Parmesani ha disegnato un percorso che segue la pianta di Villa Giulia, trasformando ogni stanza in una tappa della vita e del lavoro di Mendini. Ogni ambiente ospita un’opera simbolo, selezionata insieme alle figlie Elisa e Fulvia, che rappresenta un momento o un aspetto particolare della sua produzione. Da questi sette capolavori iniziali, la mostra si arricchisce con disegni, dipinti e testi che raccontano il contesto e l’importanza di ciascun oggetto nel panorama del design.
Sono oltre 130 le opere esposte, che tracciano l’evoluzione artistica e concettuale di Mendini. La sua natura poliedrica emerge nel gioco di contrasti tra materiali poveri e pregiati, forme tradizionali e sperimentazioni audaci. La Poltrona di Paglia, ad esempio, realizzata nel 1974 con materiali umili, rompe con le logiche del design industriale per affermare una visione radicale. Altri pezzi, come la Lampada senza luce o il Bicchiere imbevibile, mettono in discussione la funzione stessa degli oggetti, invitando a riflettere sul loro ruolo nella società.
Questo percorso non è solo una mostra, ma un’esperienza intima e complessa che ripercorre la carriera di un grande artista attraverso spazi che raccontano storia e tradizione, in dialogo con la creatività contemporanea.
Tra le creazioni più famose di Mendini c’è la Poltrona di Paglia, un oggetto che ha rivoluzionato il design degli anni Settanta. Costruita con materiali considerati modesti e privi di valore commerciale, questa poltrona sfidava le regole del mercato e le logiche dell’industria. Era un gesto di rottura, un simbolo della stagione radical che ha visto molti designer mettere in discussione le funzioni e le aspettative degli oggetti quotidiani.
Accanto alla Poltrona di Paglia, la mostra mette in luce altre opere di quel periodo critico, come la Lampada senza luce e il Bicchiere imbevibile, che negano la loro funzione originaria. Questi pezzi spostano l’attenzione dall’uso pratico a una riflessione filosofica e sociale, trasformando l’oggetto in uno strumento di pensiero e critica. Ogni opera diventa così un modo per decostruire le abitudini e per invitare a vedere il design come un atto culturale.
Questo momento della carriera di Mendini è fondamentale per capire il suo ruolo di pioniere e provocatore, capace di contaminare il progetto con poesia e riflessione critica, spingendo i confini tra arte e design ben oltre.
Un altro protagonista della mostra è la Poltrona di Proust, creata nel 1978, che racconta una fase diversa del lavoro di Mendini. Questa bergère anonima si trasforma grazie a un intervento ispirato ai puntinisti come Georges Seurat. I puntini, ingigantiti fino a essere visibili da lontano, danno all’oggetto un’identità nuova, ricca di significati artistici e simbolici.
La poltrona diventa così il simbolo di un ritorno all’ornamento, che Mendini ha difeso con forza, sfidando il rigore funzionalista di figure come Adolf Loos. Nella mostra, la Poltrona di Proust è affiancata da schizzi, disegni e versioni scultoree in marmo e ceramica, che ne moltiplicano il senso e mostrano come si sia trasformata nel tempo.
Questa rivalutazione della decorazione e del dettaglio, vista come un’arma culturale e poetica, segna profondamente il lavoro di Mendini, che ha sempre considerato l’ornamento non un eccesso, ma un linguaggio da recuperare e reinventare nel design moderno.
L’attaccamento di Mendini all’idea di casa emerge forte nella mostra e nei suoi scritti. Pur avendo progettato poche abitazioni, tra cui la sua casa a Olda, in Val Taleggio, la stanza è un tema ricorrente nella sua riflessione. Per lui è un luogo di incontro tra persona e spazio, di stratificazione del tempo e di memoria.
La curatrice Parmesani sottolinea come per Mendini la stanza sia un contenitore carico di significati personali e affettivi, un archivio di frammenti biografici che va oltre la semplice funzione pratica. La stanza diventa così un tema quasi ossessivo, un modo per raccontare la complessità dell’esperienza umana legata all’abitare.
La casa dove Mendini è cresciuto, la dimora milanese di Marieda Di Stefano e Antonio Boschi – oggi museo aperto al pubblico – è un modello di wunderkammer, piena di oggetti carichi di storia. Questa esperienza ha segnato profondamente la sua idea dello spazio domestico e il valore che gli oggetti possono assumere, tra storia e poesia.
Un capitolo importante della mostra è dedicato al rapporto tra Mendini e Alessi, l’azienda piemontese tra le più influenti nel design industriale. La collaborazione nasce negli ultimi anni Settanta, legata alla rivista Modo diretta da Mendini, e si sviluppa in molte direzioni: Mendini diventa consulente, progettista di sedi aziendali, designer di oggetti iconici e anche storiografo.
Tra i prodotti più noti spiccano i cavatappi Alessandro M. e Anna G., diventati veri classici del design contemporaneo. L’azienda, a pochi chilometri da Verbania, rafforza così il legame culturale e territoriale della mostra.
Tra i momenti più significativi di questa collaborazione c’è il progetto Cento Vasi del 1992: cento artisti e designer hanno decorato liberamente lo stesso vaso in ceramica bianca. Un segno del desiderio umano di abitare la superficie e trasformare la materia in significato, mettendo al centro la creatività e la personalizzazione nell’oggetto industriale.
Villa Giulia a Verbania ospita fino al 27 settembre una rassegna dedicata ad Alessandro Mendini che va ben oltre il classico allestimento museale. Le stanze di questa villa ottocentesca si trasformano in scrigni di memoria, in un dialogo intenso tra architettura classica e design contemporaneo.
Oltre ai sette pezzi principali, la mostra espone disegni, dipinti, fotografie e testi che aiutano a capire la complessità del percorso creativo di Mendini. Questi materiali accompagnano le opere e ne raccontano le idee, i processi e i legami con il mondo culturale italiano e internazionale.
La mostra rimarrà aperta fino al 27 settembre 2026, offrendo l’occasione di scoprire da vicino una delle figure più influenti e poliedriche del design del Novecento, in un contesto che mette in luce il rapporto tra oggetto, spazio e memoria storica.
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