Dieci anni fa il Politecnico di Milano avviava l’Osservatorio Innovazione Digitale per la cultura. Un decennio di analisi serrate su come musei, teatri, biblioteche e archivi italiani si confrontano con la rivoluzione digitale. I numeri parlano chiaro: qualche passo avanti c’è stato, ma la trasformazione fatica a decollare davvero. La metà delle istituzioni culturali resta ancora ancorata a vecchie abitudini, nonostante investimenti e qualche timido incremento nei visitatori e negli incassi. L’ultima conferenza ha riunito esperti e operatori per mettere a fuoco progressi, resistenze e nuove idee, perché la sfida resta aperta e urgente.
Secondo i dati dell’Osservatorio del Politecnico, tra il 2024 e il 2025 gli ingressi in musei, monumenti e aree archeologiche in Italia sono saliti del 4%. Un ritmo più lento rispetto al +9% dell’anno precedente. Anche gli incassi crescono, ma solo del 2%, segno che la ripresa è ancora fragile. Il dato più preoccupante riguarda però gli investimenti nel digitale: quasi la metà delle istituzioni culturali italiane non mette ancora soldi nell’innovazione tecnologica. Un vero freno per l’evoluzione del settore. Le cause? Mancanza di fondi o forse una visione poco chiara sull’importanza delle tecnologie per valorizzare e far vivere il patrimonio culturale.
Molti si limitano alla digitalizzazione di base, come la catalogazione delle opere, ma poco viene fatto per sfruttare davvero il digitale in ambiti più strategici, come comunicazione ed educazione. In questo senso, il digitale non è solo uno strumento, ma una leva per rafforzare la presenza culturale e attirare nuovi pubblici. Eppure, la riluttanza a investire frena servizi innovativi e mette in difficoltà la competitività di molte realtà.
Più della metà dei musei che investono in digitale destina una parte del budget alla catalogazione del patrimonio: il 22% degli investimenti va a questa voce. Seguono i servizi di supporto alla visita, con il 18% delle risorse per contenuti online e simili. Marketing digitale, comunicazione e iniziative educative invece restano marginali. Questo squilibrio riflette una visione ancora molto tradizionale del digitale, legata soprattutto alla conservazione e meno alla promozione e al coinvolgimento del pubblico.
Un dato positivo arriva dal ticketing online, attivo ormai nel 58% dei musei, un balzo rispetto al 25% del 2018. Facilita gli accessi e snellisce le procedure, dimostrando che qualche progresso c’è. Ma la catalogazione digitale resta incompleta: solo il 9% dei musei ha completato la schedatura delle opere, mentre il 26% non ha nemmeno iniziato. Questo ritardo pesa sulla trasparenza e sull’accesso ai dati, che restano spesso frammentati e poco disponibili.
Più incoraggiante è la diffusione di tecnologie pensate per il visitatore. Il 36% dei musei usa audioguide digitali, spesso a pagamento nel 25% dei casi, creando così un nuovo canale di entrate. Le app sono presenti nel 30% delle sedi, mentre il 22% propone esperienze immersive con realtà aumentata o virtuale, rendendo la visita più coinvolgente.
C’è però ancora un 26% di istituzioni che non usa nessuno di questi strumenti. Un divario che sottolinea la distanza tra chi ha abbracciato l’innovazione e chi resta ancorato a metodi tradizionali, meno attrattivi per un pubblico sempre più digitale. Tra i riconoscimenti dell’evento spicca il Premio Spina, assegnato al “Duomo Highlights Tour” della Veneranda Fabbrica del Duomo di Milano, che sfrutta visori di realtà aumentata e virtuale per superare i limiti spaziali e temporali della visita.
L’attenzione sull’intelligenza artificiale è alta, ma i numeri raccontano una storia ancora incerta. Il 94% dei musei permette l’uso dell’AI generativa, ma in modo poco regolamentato e spesso informale. Solo il 14% la promuove attivamente, soprattutto per attività operative e creazione di contenuti, però in maniera ancora molto semplice. Molte realtà si affidano a piattaforme gratuite, senza investire in formazione o competenze specifiche.
La mancanza di preparazione è un grosso ostacolo: il 58% segnala carenze nelle competenze sull’AI e il 25% fatica a capire come sfruttarla. In mezzo a tutto questo, spicca l’esperienza del Museo Nazionale del Risorgimento Italiano a Torino. Il direttore Alessandro Bollo ha raccontato un percorso concreto di innovazione digitale e la stesura di un Manifesto per un uso consapevole dell’intelligenza artificiale, frutto di un lavoro di squadra. Un modello importante per guidare un uso etico e strategico dell’AI nei musei.
Il convegno si è chiuso con lo sguardo rivolto avanti, grazie all’intervento di Francesca Cruciani, ricercatrice dell’Osservatorio. Sono stati individuati dieci megatrend destinati a cambiare i musei nei prossimi cinque-dieci anni. Tra questi, spicca l’iperpersonalizzazione dell’esperienza, resa possibile dall’intelligenza artificiale, con percorsi su misura, interazioni naturali e traduzioni immediate. L’AI aiuterà anche gli operatori e arricchirà l’offerta culturale, riducendo i costi di progettazione di siti, app e interfacce.
Si diffonderanno ambienti dotati di sensori avanzati per proteggere il patrimonio, monitorare i flussi e prevenire comportamenti rischiosi. L’incontro con tecnologie smart, come smartglass o dispositivi neurali, cambierà il modo di vivere i luoghi culturali. La mediazione algoritmica delle piattaforme sarà centrale, anche se con il rischio di uniformare i contenuti. Crescerà la collaborazione tra istituzioni grazie alla condivisione dei dati.
Dal punto di vista sociale, l’offerta dovrà rispondere ai bisogni della Silver Economy, cioè degli over 65. Allo stesso tempo, le nuove generazioni, Gen Z e Gen Alpha, chiederanno proposte culturali più partecipative, allineate ai loro strumenti digitali. Infine, i musei dovranno trasformarsi in spazi di comunità, per offrire un senso di appartenenza anche a persone fragili, migranti o detenuti. Un futuro che impone ai musei italiani una trasformazione digitale e sociale profonda, indispensabile per restare al passo nel panorama culturale di oggi.
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