Il 17 giugno 2026, una lettera firmata dai direttori e presidenti delle principali Accademie di Belle Arti, Conservatori e ISIA ha acceso un faro sulla crisi che minaccia il sistema AFAM. Nel documento, rivolto al Ministro dell’Università e Ricerca, Anna Maria Bernini, si denuncia come una nuova riforma rischi di smantellare l’autonomia storica e la rappresentanza che da sempre reggono queste istituzioni. Un colpo duro, se confermato, a un modello normativo consolidato dal DPR 132/2003, che ha garantito fino a oggi un equilibrio delicato nelle loro governance. La posta in gioco? La stessa capacità delle accademie italiane di conservare la propria identità e indipendenza.
Il DPR 132/2003 ha segnato una svolta storica per le istituzioni AFAM italiane. Prima di allora, Accademie, Conservatori e ISIA non avevano ancora quel riconoscimento pieno come enti di livello universitario. Questo decreto ha dato loro ampi margini di autogoverno, con autonomia statutaria, organizzativa e didattica. Grazie a questa legge, è stato possibile scrivere statuti autonomi e istituire Consigli accademici e di Amministrazione, gli organi che regolano la vita interna in modo condiviso e democratico.
Questo modello ha permesso a ogni istituzione di gestire direttamente le proprie attività accademiche, didattiche e amministrative, coinvolgendo non solo i vertici ma tutta la comunità educativa. Il DPR ha creato una struttura solida che tutela le prerogative degli organi eletti e il ruolo centrale dei docenti e delle rappresentanze interne. Ed è proprio questo equilibrio, frutto di un lavoro lungo e faticoso, che ora rischia di essere compromesso.
La proposta di revisione del DPR 132/2003, in esame dal Consiglio Nazionale dell’AFAM da giugno scorso, prevede un cambiamento sostanziale nella governance delle istituzioni artistiche. Il progetto punta a concentrare la rappresentanza legale nelle mani dei Presidenti, che verrebbero nominati con procedure centralizzate. Questo significa un netto ridimensionamento dell’autonomia democratica finora garantita, dal momento che i Presidenti non sarebbero più scelti tramite elezioni o meccanismi partecipativi, ma designati da un organo esterno.
Non solo: il ruolo dei Direttori, finora eletti dal corpo docente e garanti della vita accademica, verrebbe fortemente ridotto. I Presidenti assumerebbero poteri amministrativi e finanziari molto più ampi rispetto al testo originale del 2003, con competenze che vanno dal bilancio alla programmazione economica, dalla contrattazione alla nomina e valutazione dei dirigenti amministrativi, fino all’emanazione di regolamenti interni e ai poteri disciplinari sugli studenti.
In questo nuovo assetto, i Direttori resterebbero confinati a funzioni didattiche e scientifiche, mentre la governance si sposterebbe verso un modello più verticistico. Il pericolo è che le istituzioni perdano la loro natura collegiale e che la rappresentanza legale diventi un semplice strumento di controllo esterno, con meccanismi di nomina poco trasparenti.
La lettera inviata al Ministro Bernini è un segnale chiaro: nel mondo AFAM cresce il disagio e la diffidenza. I firmatari contestano soprattutto il modo in cui la proposta è stata presentata al CNAM, definito riservato e senza un reale confronto con le istituzioni coinvolte e le rappresentanze sindacali. Questa mancanza di dialogo ha alimentato tensioni e dubbi sulla trasparenza dell’intero processo.
Un punto particolarmente critico riguarda la possibilità per il Ministro di nominare il Presidente anche al di fuori della terna proposta dal Consiglio accademico. Questo passaggio, secondo le istituzioni, rappresenterebbe un ulteriore colpo all’autonomia interna, con un controllo esterno che si sovrappone alle prerogative istituzionali.
Non mancano poi le riflessioni di carattere culturale e costituzionale. L’appello richiama l’articolo 33 della Costituzione, che garantisce l’autonomia delle istituzioni culturali di alta formazione. Separare la missione accademica dalla rappresentanza legale rischia di essere un passo indietro, rispetto a un sistema che finora ha funzionato.
In più, si sottolinea un paradosso: mentre permangono problemi strutturali come sottofinanziamento, carenze di personale, difficoltà edilizie e ostacoli al reclutamento e al riconoscimento dei titoli, la riforma punta a una “managerializzazione” della governance che potrebbe allontanare l’AFAM dal sistema universitario e comprimere la rappresentanza degli studenti.
Le istituzioni chiedono dunque il ritiro della proposta e la convocazione urgente di un tavolo di confronto tra Ministero e Conferenze AFAM, per discutere e migliorare il testo insieme, in modo aperto e condiviso.
Il dibattito acceso che attraversa Accademie, Conservatori e ISIA arriva in un momento cruciale per l’alta formazione artistica nel nostro Paese. Le istituzioni hanno bisogno di norme che le aiutino a crescere e innovare, senza però perdere la loro identità collettiva e la vocazione culturale.
In gioco ci sono equilibri fondamentali: autonomia, rappresentanza e decisioni collegiali. Il DPR 132/2003, con tutti i suoi limiti, ha finora garantito un modello capace di tenere insieme questi aspetti con una gestione efficace.
Qualsiasi cambiamento radicale della governance potrebbe stravolgere un patrimonio culturale prezioso, che merita attenzione e una visione a lungo termine. Le reazioni delle istituzioni AFAM non sono solo un campanello d’allarme sui contenuti della riforma, ma anche una richiesta forte di metodi più trasparenti e partecipativi nel confronto.
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