Le strade di Monopoli si preparano a risuonare di nuove immagini e idee. Dal 7 agosto al 1° novembre 2026, l’undicesima edizione di PhEST trasformerà il cuore della città in un laboratorio aperto di fotografia e arte contemporanea. “What If?”: un tema provocatorio che sfida a immaginare scenari futuri, a esplorare possibilità ancora tutte da scrivere. Giovanni Troilo, curatore dell’evento, ha voluto un festival che non si limiti a mostrare, ma che stimoli la riflessione su ciò che potremmo diventare. Monopoli, così, si prepara a un’estate in cui l’arte dialogherà con il domani.
Il filo conduttore di questa edizione è una domanda semplice e potente: “What If?”. Un modo per mettere in discussione l’idea di un futuro già scritto, e per riflettere sulle sfide che ci riguardano da vicino, come la crisi climatica, l’avanzare dell’intelligenza artificiale e le tensioni geopolitiche. PhEST non vuole solo mostrare immagini belle o suggestive, ma spingere chi partecipa a pensare, a interrogarsi, a non dare nulla per scontato.
Giovanni Troilo, direttore artistico, lo spiega chiaramente: “What If? vuole essere un grimaldello politico del pensiero”. L’obiettivo è scardinare vecchie certezze e aprire la strada a scenari nuovi, anche strani o improbabili, per vedere il mondo con occhi diversi. Le opere in mostra sono scelte proprio per questo, perché stimolino domande più che offrire risposte pronte.
Un esempio che colpisce è il progetto “Metropolis”, che raccoglie le fotografie di Horst von Harbou scattate sul set dell’omonimo film di Fritz Lang, realizzato nel 1926. Quel film immaginava una città futuristica e distopica, e oggi quelle immagini ci riportano a quanto il passato abbia già influenzato la nostra idea del futuro.
PhEST 2026 si presenta come una mappa di sguardi inediti sul nostro tempo. Arianna Rinaldo, curatrice della sezione fotografica, sottolinea come il tema “What If?” non sia solo fantasia, ma un modo per affrontare la realtà con spirito critico e voglia di cambiare.
Tra i lavori più interessanti c’è “What To Do With a Million Years” di Juno Calypso, che usa un bunker antiatomico per raccontare una storia sospesa tra ironia e inquietudine. Sara Angelucci, invece, si concentra su scansioni notturne della flora nella Riserva Naturale di Torre Guaceto, invitandoci a rallentare e a scoprire dettagli invisibili a occhio nudo. Anche Chloé Azzopardi propone dispositivi fatti con materiali organici per ripensare il rapporto tra corpo, tecnologia e ambiente, suggerendo strade più sostenibili.
Il festival dà spazio anche a testimonianze dirette e crude. “Frontline Rolls” di Sergii Melnitchenko raccoglie immagini scattate da soldati ucraini al fronte con fotocamere usa e getta. Qui non c’è filtro né mediazione: la guerra si mostra senza veli, in tutta la sua durezza.
PhEST affronta anche il tema difficile della violenza e del conflitto, esplorando come questi vengano rappresentati e ricordati. Le opere in mostra non si limitano a documentare, ma cercano nuovi modi per raccontare e riflettere.
Tra i progetti in evidenza c’è “We Will Stay Here as Long as There Will Be Thyme and Olives” di Victorine Alisse, che parla della resistenza quotidiana della comunità palestinese di Wadi Fukin. Marek Kita si concentra sui campi militari estivi per bambini, indagando il legame tra educazione e cultura della violenza.
Harri Pälviranta rielabora fotografie di cronaca della prima metà del Novecento, mostrando come la rappresentazione mediatica costruisca l’immagine della violenza. Chinky Shukla, invece, riflette sulle conseguenze ancora vive dei test nucleari nel Rajasthan, mettendo in luce i danni ambientali e sociali che persistono.
Il festival propone infine tre progetti che mettono in discussione il rapporto tra immagine e verità: “Shadows and Mirrors”, dedicato a Vivian Maier nel centenario della sua nascita, “What Darwin Missed” di Joan Fontcuberta e “Cottingley Fairies”, che riprende la famosa storia delle fotografie delle fate del 1917. Questi lavori ricordano che la fotografia non è mai solo una registrazione fedele, ma una costruzione che può influenzare la nostra percezione della realtà.
PhEST non è solo un evento artistico, ma anche un’occasione per riscoprire Monopoli. Il festival si snoda tra castelli, monasteri, chiese e altri spazi storici riaperti per l’occasione, creando un dialogo continuo tra arte e memoria.
Antonio Decaro, presidente della Regione Puglia, ha sottolineato come PhEST confermi Monopoli come “luogo di incontro, confronto e innovazione”. Cinzia Negherbon, direttrice organizzativa, racconta che molti abitanti si riavvicinano al proprio territorio proprio grazie al festival, riscoprendo angoli spesso dimenticati.
Così PhEST non è solo arte, ma restituisce alla comunità pezzi importanti della sua storia e identità, coinvolgendo locali, turisti e appassionati da tutto il mondo in un appuntamento ricco di spunti e riflessioni.
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