All’Albertina di Vienna, 250 anni non si festeggiano tutti i giorni. La mostra che celebra questo traguardo è un evento raro, un viaggio tra secoli di arte disposto come una sinfonia in tre atti. Al centro, la Lepre di Albrecht Dürer, un capolavoro del 1502 che si è visto poche volte negli ultimi cinquant’anni. Questo disegno, prezioso e fragile, racconta la storia del museo ma apre anche uno sguardo verso il futuro. Dietro c’è un progetto di ricerca internazionale, che vede protagonisti giganti come il Louvre e il Metropolitan Museum di New York. Un legame tra passato e innovazione, che promette nuovi orizzonti per l’Albertina.
L’Albertina nasce nell’estate del 1776, in un’epoca segnata dall’illuminismo e da grandi cambiamenti in Europa. Quella che all’inizio era una collezione privata di nobili si apre con forza al pubblico, segnando un passo importante nella storia dell’arte. Dietro questa svolta c’è una storia familiare intensa, con Maria Cristina d’Austria, figlia di Maria Teresa, che ha trasformato la raccolta da semplice accumulo di fogli a vero strumento culturale. La sua passione, condivisa con un marito fuori dagli schemi, ha fatto la differenza. E non sono mancati i momenti difficili: durante una fuga precipitosa dalle truppe francesi, il tesoro rischiò di andare perso in mare. Una nave affondò in una tempesta nel Mare del Nord, ma quella con il nucleo più prezioso di grafiche riuscì a salvarsi, assicurando la sopravvivenza della collezione.
La forza dell’Albertina sta nella sua visione a lungo termine, più che nell’effetto immediato. Un episodio emblematico è uno scambio con la Biblioteca di Corte a fine Settecento: i duchi cedettero stampe doppie per mettere le mani su disegni che all’epoca sembravano meno importanti, ma che oggi sono veri capolavori. Questa strategia si vede anche nella scelta di puntare su artisti come Caspar David Friedrich, oggi celebrato, ma allora quasi sconosciuto. La sua “Veduta di Arkona con la luna nascente” è la prova di un collezionismo consapevole che nel tempo si è arricchito con nuove acquisizioni, come le collezioni fotografiche nazionalizzate e l’apertura di sedi come l’Albertina Modern e Klosterneuburg. Così è nato un sistema museale diffuso e finanziariamente autonomo.
A sottolineare il valore globale di questo anniversario c’è Max Hollein, direttore del Metropolitan Museum di New York e viennese di nascita. Nel catalogo della mostra, Hollein racconta il suo legame personale con l’Albertina durante gli anni universitari e mette in parallelo due eventi storici: la fondazione dell’Albertina nel luglio 1776 e la dichiarazione d’indipendenza americana del 4 luglio. Entrambi figli dello spirito illuminista del tempo. Hollein ricorda anche un momento difficile del dopoguerra, quando l’Albertina dovette vendere alcune stampe doppie per superare la crisi economica. Quelle opere finirono negli Stati Uniti, diventando la base della sezione grafica del Met, a dimostrazione di come musei e mercati siano sempre interconnessi nel mondo dell’arte.
Guardando avanti, l’Albertina punta sul concetto di “Kunst Plus”: il museo non è un luogo fisso, ma un organismo in costante evoluzione. La strategia “Orizzonte 100 anni” spinge l’istituzione ad acquistare opere contemporanee che diventeranno le radici culturali del domani. C’è poi il programma Wiederentdeckt!, che valorizza il contributo di artiste donne spesso trascurate. A chiudere la mostra è l’opera multimediale della regista Rosa Barba, che esplora l’archivio come uno spazio vivo, dove la memoria si rinnova e l’arte continua a parlare con forza. La mostra resterà aperta fino all’11 ottobre 2026, un’occasione da non perdere per immergersi in questa ricca storia di arte, passione e futuro.
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