Nel luglio 2024, una vecchia centrale elettrica di Tashkent ha cambiato volto: dal cuore pulsante della prima linea tranviaria della città, si è trasformata nel Centre for Contemporary Arts , il primo spazio dedicato all’arte contemporanea in Uzbekistan. Non un semplice restauro, ma un progetto ambizioso firmato dallo Studio KO, che ha ridato vita a questo edificio storico del 1912, trasformandolo in un faro culturale di respiro internazionale. Ad aprire le porte del nuovo centro è stata “Flying Carpets” di Nadia Kaabi-Linke. L’artista, con radici multiculturali, intreccia storie di invisibilità, migrazioni e memorie geopolitiche, offrendo uno sguardo intenso e urgente. Un’opera che, come il luogo che la ospita, intreccia passato e presente, tradizione e innovazione, proiettando Tashkent nel panorama dell’arte globale.
L’edificio che ospita il CCA è molto più di un contenitore culturale: è un pezzo di storia della città. Nato come centrale elettrica per la prima linea tranviaria sotto la dominazione zarista, ha attraversato periodi di abbandono e degrado prima di tornare a nuova vita. Il merito è dello Studio KO, guidato da Karl Fournier e Olivier Marty, che ha saputo restituire dignità e monumentalità al vecchio edificio, conservandone le tracce storiche e inserendo elementi moderni.
Inaugurato a settembre 2023, il CCA vuole essere un punto di riferimento per la scena artistica locale e internazionale. Dietro al progetto c’è la Uzbekistan Art and Culture Development Foundation , guidata da Gayane Umerova, con la direzione artistica di Sara Raza, curatrice della prima mostra, “Hikmah”. Qui non si tratta solo di esporre opere, ma di creare uno spazio di formazione, scambio e sperimentazione, in un paese dove l’arte contemporanea sta guadagnando sempre più voce.
Il restauro ha mantenuto intatti gli spazi ampi e le alte volte dell’architettura industriale, offrendo un ambiente perfetto per installazioni site-specific e interventi multimediali. Il CCA è così un simbolo di rinascita urbana e culturale, un ponte tra la storia sovietica e il presente artistico globale.
L’installazione “Flying Carpets”, realizzata nel 2011, trova qui una nuova casa e mantiene intatta la sua forza poetica e sociale. L’artista tunisina Nadia Kaabi-Linke, nata nel 1978 e con un background multiculturale, ha creato un’opera che indaga identità, migrazione e marginalità. Dopo essere stata acquisita dal Solomon R. Guggenheim Museum, dove ha vinto l’Abraaj Capital Art Prize, l’opera torna a viaggiare, questa volta a Tashkent, dove dialoga con storia e spazio.
L’ispirazione arriva dai venditori ambulanti di tappeti che per anni hanno esposto la loro mercanzia sul Ponte del Sepolcro a Venezia, ora scomparsi dal centro storico. Kaabi-Linke ha trascorso una settimana con loro, scoprendo storie complesse: persone con diplomi universitari, lingue diverse e sogni nascosti, invisibili agli occhi della società. L’installazione traduce questa invisibilità in scrittura e geometrie rigorose, sovrapponendo i disegni dei tappeti alle architetture del ponte veneziano.
“Flying Carpets” mette in luce il contrasto tra l’immagine stereotipata dell’Oriente e la realtà di persone concrete, fatte di resilienza e migrazione. Le forme geometriche richiamano il costruttivismo russo, parte della formazione culturale di Kaabi-Linke, e si legano al contesto storico di Tashkent, città segnata anch’essa dall’influenza sovietica e da una stratificazione culturale complessa.
L’opera lascia un segno profondo, uno spazio carico di storie umane dove memoria personale e collettiva si intrecciano con riflessioni su potere, esilio e appartenenza.
Nadia Kaabi-Linke si racconta attraverso la sua arte, che nasce da una storia personale intrecciata tra Ucraina, Tunisia e Germania. Figlia di madre ucraina e padre tunisino, cresciuta in un ambiente multiculturale e multilingue, ha vissuto in prima persona la complessità di un’identità spesso messa in discussione. Dalla scuola materna, dove veniva interrogata sulla sua appartenenza, fino ai suoi spostamenti tra Dubai e Europa, ha conosciuto esclusione e discriminazione.
Questa esperienza di marginalità emerge con forza nelle sue opere, che riflettono sulla mobilità umana, la pluralità delle identità e la continua ridefinizione del sé. La sua famiglia ha mantenuto la lingua russa come filo che unisce culture diverse, ma all’esterno ha sempre percepito divisioni nette tra arabo, europeo, cristiano e musulmano.
L’artista non si limita a esplorare il dolore e le difficoltà, ma punta anche sulla trasformazione e sull’accettazione. La sua idea di identità è fluida e partecipativa: coinvolgendo le persone nel processo creativo, supera la distanza tra artista e spettatore. La sua arte diventa un dialogo empatico, che abbraccia l’altro e la sua storia.
Questo metodo la porta a creare opere in cui il racconto condiviso e la partecipazione diretta sono fondamentali, mettendo in discussione identità fisse e aprendo nuove prospettive culturali e sociali. Pur operando su un palcoscenico internazionale, resta sempre legata all’esperienza personale e collettiva.
Il rapporto di Nadia Kaabi-Linke con Tashkent va oltre il lavoro artistico: è un legame emotivo e culturale. La sua prima visita in Uzbekistan, nel 2023 per la I Bukhara Biennial, le ha svelato un rapporto profondo con questa terra. Tashkent le è sembrata un luogo dove storia e cultura si intrecciano, con un’eredità sovietica che convive con una ricca tradizione musulmana.
L’artista ha notato il carattere imponente delle architetture moderniste, paragonandole a quelle di Kiev, la sua città natale, confermando quanto il passato sovietico abbia lasciato segni forti in diverse aree dell’ex Unione Sovietica.
A Bukhara, vicina per storia e tradizione a Tashkent, Nadia Kaabi-Linke ha sentito forte il legame con la cultura islamica, che tocca anche la sua storia personale. Questi incontri culturali arricchiscono il significato di “Flying Carpets”, che diventa un ponte simbolico tra mondi diversi, con un cuore fatto di storie umane e un’anima che supera barriere.
Questo viaggio è stato per lei una scoperta e una riconciliazione, un intreccio di arte, memoria e geografia che dà vita a un racconto che unisce passato e presente, radici lontane e contaminazioni contemporanee.
Il CCA di Tashkent accoglie così “Flying Carpets” e la mostra “Hikmah” come un dialogo vivo tra artisti e pubblico, al centro di un crocevia culturale in rapida trasformazione.
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