«L’arte può salvare un paese?» È una domanda che sorge spontanea quando si guarda ai piccoli borghi delle aree interne, spesso dimenticati dai grandi flussi turistici e culturali. Non basta dipingere un muro o piazzare un’installazione per cambiare davvero le cose, soprattutto se mancano servizi essenziali come scuole, ospedali, negozi. Il rischio è che tutto resti un gesto bello, ma isolato. Eppure, qualcosa sta accadendo sull’Appennino abruzzese. Lo scorso settembre, la Biennale del Gran Sasso ha trasformato quei borghi in un laboratorio creativo che va oltre la semplice decorazione. Non si tratta solo di arte, ma di un dialogo autentico con le comunità locali, un tentativo di raccontare e valorizzare un territorio senza snaturarlo. Ne parla Maurizio Coccia, il curatore che ha guidato questo progetto dal forte respiro culturale e sociale.
Maurizio Coccia e il suo team — Andrea Lolli, Luca Pasquali, Valentina Bosio, Patrizia Cianforlini — hanno pensato la Biennale del Gran Sasso partendo da un’idea chiara: le aree marginali non sono spazi vuoti da riempire con iniziative culturali calate dall’alto. Bisogna evitare l’approccio assistenzialista che tratta i paesi come “pazienti” da curare o semplici fonti d’ispirazione temporanea per artisti di passaggio. La Biennale vuole essere un presidio artistico stabile e radicato, che respira insieme agli abitanti e rispetta la complessità antropologica e geografica di quei luoghi.
Questo significa abbandonare la logica della “performance da festival”, fatta di eventi sporadici che non lasciano tracce durature. Il territorio non è una tavolozza o uno sfondo qualsiasi. È un laboratorio aperto, dove natura, cultura e società si intrecciano in una riflessione condivisa. L’arte diventa così uno strumento di incontro e ascolto, capace di muoversi fra pubblico e privato, memoria e futuro, senza imporre ma dialogando con delicatezza.
Nel panorama delle iniziative dedicate alle aree interne, la Biennale del Gran Sasso si distingue per il suo modo di lavorare. Non è il solito modello in cui gli artisti arrivano, si ispirano, poi se ne vanno senza lasciare nulla di concreto o legami duraturi. Quella pratica assomiglia spesso a una forma di colonizzazione culturale che svuota di senso ogni intervento.
Qui invece si punta a una vera simbiosi con il territorio, fatta di relazioni paritarie e scambi continui con le comunità. Gli artisti restano a lungo, realizzano opere integrate nelle infrastrutture locali e organizzano laboratori che coinvolgono direttamente la popolazione. Collaborazioni con enti di ricerca come il CNR-IRPPS aggiungono rigore scientifico e socio-antropologico al progetto.
La Biennale lascia in eredità non solo opere visibili, ma soprattutto un capitale simbolico fatto di consapevolezza e senso di appartenenza rinvigorito, nato da incontri e momenti pubblici distribuiti durante tutto l’anno. È un progetto ambizioso che punta a una rigenerazione culturale e sociale profonda.
Negli ultimi anni gli eventi culturali nei piccoli centri si sono moltiplicati, spesso con la speranza di fermare lo spopolamento. Ma il rischio più grande è che restino iniziative episodiche e superficiali. L’arte non è un prodotto da consumare subito, ma un processo, un servizio culturale, uno strumento per coinvolgere davvero le persone.
Molti artisti, senza un’economia stabile, dipendono dai bandi pubblici e dalle residenze temporanee, creando una dipendenza che può indebolire la forza critica e trasformativa del progetto. Senza una strategia a lungo termine e una visione concreta, la rigenerazione rischia di limitarsi a eventi spot senza lasciare tracce permanenti.
E senza un reale legame con le esigenze sociali e infrastrutturali del territorio, l’arte rischia di diventare un semplice abbellimento vuoto, incapace di cambiare le condizioni di vita. I progetti più efficaci nascono dall’ascolto profondo, dalla costruzione lenta di relazioni e dalla capacità di trasformare il paesaggio in un interlocutore, ridando dignità e identità ai luoghi.
La prima edizione della Biennale, a settembre 2023, è stata un’esperienza intensa e trasformativa. Cinque artisti hanno realizzato interventi site-specific in vari borghi montani, lavorando con la memoria storica, l’ambiente e i percorsi dell’Appennino circostante.
Lavorare in alta quota, con isolamento e condizioni difficili, ha messo a dura prova tutti. Ma il coinvolgimento delle comunità locali — abitanti, artigiani, custodi del territorio — ha fatto la differenza, offrendo competenze e supporto e trasformando problemi in opportunità di collaborazione.
Il percorso è stato impegnativo anche sul piano emotivo. La pressione dei tempi, il contesto ambientale e la necessità di instaurare un dialogo autentico hanno richiesto sforzi continui. Ma il confronto quotidiano ha trasformato le difficoltà in fiducia e rigore condiviso. Il risultato è una rete di segni, presenze e relazioni che dimostra come l’arte contemporanea possa abitare i margini senza consumarli, costruendo una memoria viva e un senso d’appartenenza duraturo.
Maurizio Coccia sottolinea il ruolo chiave delle residenze artistiche per riattivare la cultura nei piccoli centri. Ma avverte: non basta affidarsi solo agli artisti. Serve una strategia chiara da parte delle amministrazioni: infrastrutture, servizi e scelte politiche che sostengano il percorso nel tempo.
Senza questo, si rischia il paternalismo culturale, dove il territorio diventa solo materia prima per creazioni distaccate dalle reali esigenze. Al contrario, ogni intervento deve diventare un laboratorio partecipativo, con la comunità come co-autrice e le istituzioni impegnate a mettere in moto trasformazioni concrete.
Un buon esempio viene dai Comuni coinvolti nella Biennale, che hanno messo a disposizione risorse umane e materiali per portare a termine progetti capaci di lasciare tracce tangibili e proporre modelli replicabili. La collaborazione vera tra artisti, amministratori e cittadini resta il presupposto fondamentale per un cambiamento duraturo.
Non bisogna mai dimenticare che l’arte, per quanto potente, non può da sola risolvere problemi strutturali come lo spopolamento o la mancanza di servizi. Il suo ruolo è piuttosto quello di stimolo critico, strumento di riappropriazione simbolica e culturale dei luoghi. Se praticata con rispetto e con i tempi giusti, può restituire dignità a territori spesso dimenticati, offrendo nuovi punti di vista e prospettive per il futuro.
La vera sfida è coinvolgere davvero le comunità, costruendo un progetto che non sia emergenziale o celebrativo, ma caratterizzato da una presenza costante, radicata e duratura. Solo così l’arte smette di essere un episodio passeggero e diventa una pratica capace di trasformare il senso di appartenenza e di offrire uno spazio vivo e fertile per creatività e memoria collettiva.
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