Cinquant’anni di arte raccontati attraverso circa settanta opere: è questo il cuore della mostra dedicata a Francesco Clemente, che finalmente arriva in Italia dopo anni di attesa. Nato a Napoli nel 1952, Clemente ha costruito una carriera internazionale, intrecciando culture e visioni diverse, dall’Oriente all’Occidente, dalla spiritualità al misticismo. A pochi mesi dall’installazione “Anima Nomade” al Palazzo delle Esposizioni di Roma, Milano lo accoglie con “Francesco Clemente. In Between”, una retrospettiva che non si limita a celebrare un artista, ma racconta un viaggio personale e collettivo nelle radici di un linguaggio unico. La mostra segna anche la chiusura di un capitolo importante per la Triennale, con la fine dell’era Stefano Boeri.
La rassegna, curata da Francesca Pietropaolo e Robert Storr, presenta lavori provenienti da collezioni pubbliche, private e dallo studio stesso di Clemente. Si va dai disegni a carboncino agli acquerelli, dai pastelli agli affreschi, fino ai dipinti a olio e alle tecniche miste. Un dialogo costante tra Oriente e Occidente si fa strada nei temi: credenze spirituali, pratiche rituali che spaziano dal misticismo cristiano e cabalistico alle filosofie induiste e zen, senza dimenticare le religioni animiste afrobrasiliane, più recenti nel percorso dell’artista.
Molte opere sono rare o mai viste in Italia, tra cui alcune create negli ultimi mesi, come “After a Poem” del 2024, uno degli autoritratti più delicati e intensi. Questa varietà tecnica e culturale racconta la continua ricerca di Clemente, che indaga l’essere fra identità e differenze, tradizione e innovazione, misticismo e contemporaneità. La mostra invita a riflettere su come l’arte possa unire mondi e linguaggi distanti.
Una parte importante della mostra mette in luce il rapporto di Clemente con l’autoritratto, presente fin dagli esordi. L’autoritratto con oro del 1979 si confronta con opere recenti come “After a Poem”, tracciando un percorso personale e introspettivo. Spicca anche la serie di ritratti dedicati agli amici newyorkesi, figure chiave della scena artistica e culturale degli anni Ottanta: Andy Warhol, Jean-Michel Basquiat, il compositore Morton Feldman e il poeta Allen Ginsberg. Acquerelli leggeri e pieni di vita, che raccontano un ambiente creativo vibrante.
Non mancano dipinti a olio dedicati a affetti personali, come “Alba” del 1997, ritratto della moglie e musa, dove per la prima volta si vedono nuovi formati orizzontali, ripresi nella versione del 2024 e nell’ultimo ritratto di Zoë Kravitz del 2025. Qui si intrecciano intimità e sperimentazione, volti reali e figure quasi oniriche.
L’influsso della cultura indiana è uno dei fili conduttori più evidenti nel lavoro di Clemente. Dal 1973 l’artista viaggia nel subcontinente e collabora con artigiani locali, come dimostrano le miniature tradizionali realizzate con tecniche antiche esposte in mostra. Questi lavori rafforzano il suo interesse per il rapporto tra arte e ritualità.
Non mancano riferimenti più discreti ma intensi a eventi recenti, come la pandemia di Covid-19, evocata nella tela “5-14-2020”. Opere monumentali come “Winter Flowers in Spring II” esprimono la fiducia di Clemente nel potere dell’arte di creare bellezza anche nei momenti più difficili. Il percorso espositivo guida il visitatore in un viaggio tra luoghi e tempi diversi, costruendo una mappa visiva ricca e articolata.
I dialoghi di Clemente si estendono anche all’America Latina, con un’attenzione particolare a Brasile e Messico. Dal 2008 emergono riferimenti alle religioni afrobrasiliane come il Candomblé, che si mescolano alle esperienze orientali e occidentali precedenti. Queste contaminazioni mostrano, secondo l’artista, come il misticismo non faccia distinzioni nette tra mondo e realtà, sfidando semplificazioni e barriere culturali.
Intervistato, Clemente racconta il suo lavoro come una ricerca continua del sacro, inteso come esperienza universale di fronte alla morte, che dà vita a poesia, musica e pittura. Il suo linguaggio artistico vuole essere veicolo di conoscenza e piacere, opponendosi all’uso distruttivo e propagandistico dei simboli. Per lui è fondamentale un linguaggio non reattivo, capace di raccontare le complessità senza imporre verità assolute.
Downtown Manhattan è la base creativa di Clemente dal 1981, il luogo dove ancora oggi lavora. Nonostante i grandi cambiamenti degli ultimi decenni, il quartiere conserva una vitalità e una distanza dalla folla che ricordano città storiche come Firenze o Venezia. Basta qualche passo o un risveglio all’alba per ritrovare solitudine e ispirazione.
Alla domanda se consiglierebbe oggi a un giovane artista uno stile di vita nomade, Clemente sposta il discorso dall’esterno all’interno. Per lui spesso è più facile trovare il proprio altrove dentro di sé, piuttosto che nel viaggio fisico. Un punto di vista che sottolinea quanto la riflessione personale resti centrale nell’arte contemporanea.
La mostra “Francesco Clemente. In Between” alla Triennale di Milano è aperta fino al 6 settembre 2026. Una tappa fondamentale per chi vuole scoprire da vicino l’opera di un artista capace di costruire nuove geografie con la pittura.
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