«Il corpo femminile come teatro di mito e denuncia». A Firenze, Anna Perach torna a scuotere le certezze con una mostra che non si lascia definire facilmente. Ucraina di nascita, israeliana d’adozione, formata in Gran Bretagna: la sua esperienza attraversa confini e culture, e lo si percepisce in ogni installazione. Dopo il successo londinese da Gasworks nel 2024, ora è il turno del MAD – Murate Art District, che accoglie il suo lavoro con un progetto multidisciplinare pensato da Valentina Gensini e Veronica Caciolli. Firenze non è solo cornice: diventa parte integrante di un discorso che mescola arte, ecologia e impegno sociale, confermando la città come un crocevia di riflessioni profonde e contemporanee.
Al centro della mostra c’è il corpo della donna, visto oltre i limiti del tempo e dello spazio. Perach lo usa come campo di battaglia politica, un soggetto oppresso ma anche portatore di un’energia antica e trasformativa. Le sue sculture indossabili, create dal 2019 a oggi, incarnano questa idea: oggetti pieni di simboli, spesso portati durante performance che danno vita alle opere. Tra trame tessili complesse e materiali che sembrano usciti da un’altra epoca, si intrecciano riferimenti mitologici e folklorici, con uno sguardo attento al presente. I corsetti, simbolo di costrizione ma anche di bellezza, diventano un segnale contro il patriarcato ancora radicato, ma anche un omaggio alla forza femminile.
Nel percorso espositivo, la presenza di elementi legati allo spazio domestico – tappeti, oggetti di uso quotidiano – amplifica il dialogo tra il privato e il collettivo. Perach non si limita a mostrare la donna come vittima, ma la smonta e rimonta partendo dalle sue contraddizioni. Un tema ricorrente è la maternità, declinata in molte sfumature: la madre diventa figura complessa, a volte oscura, a volte protettiva.
Tra le opere dedicate alla maternità spicca Mother of Egg , una scultura che ritrae una madre-bestia, un uccello mitologico dai poteri primordiali. Non è solo fonte di vita, ma anche di morte e controllo: un simbolo antico che ispira rispetto e timore. L’installazione racconta la forza violenta e affettuosa che convive nell’idea di maternità.
La mostra presenta poi corsetti ispirati al racconto Mother of Monsters di Guy de Maupassant. Qui il corpo in gravidanza diventa un campo di battaglia, un luogo di oppressione ma anche di resistenza, dove la costrizione fisica si fa simbolo della lotta per la libertà e l’autodeterminazione delle donne. Le opere Tin Woman e Tin Woman , create appositamente da MAD per l’evento, richiamano la figura dell’Uomo di Latta ne Il Mago di Oz e si traducono in maschere da parete. Questi pezzi evocano cimeli di famiglia e tradizioni antiche, mettendo in gioco sia la storia personale dell’artista sia l’immaginario collettivo.
Un punto chiave della mostra è la collaborazione con il Museo di Antropologia ed Etnologia di Firenze, che amplia il discorso di Perach. All’interno del museo, l’artista propone l’installazione Mother Tongue, dove le maschere africane riprodotte dialogano con i reperti storici esposti. L’installazione si apre con un dispenser di cartoline all’ingresso, un invito a coinvolgere i visitatori e a riflettere su identità e memoria culturale.
Questo confronto tra arte contemporanea e collezioni museali si inserisce in una riflessione più ampia sul tempo, sulle migrazioni culturali e sulle trasformazioni delle tradizioni. Il progetto sfida anche il fenomeno dell’overtourism, offrendo un’esperienza che va oltre la semplice visita turistica, stimolando consapevolezza e partecipazione critica.
Firenze, con la sua storia e la sua vocazione internazionale, dimostra ancora una volta di saper essere ponte tra epoche diverse e di saper mettere a fuoco temi attuali attraverso nuovi sguardi. Anna Perach porta qui un progetto che unisce estetica, impegno e memoria, confermandosi una voce di rilievo nel panorama artistico contemporaneo.
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