Mario Pieroni se n’è andato da pochi giorni, eppure sembra passato un secolo. Ha lasciato un segno indelebile nell’arte contemporanea italiana, con un’energia che non si dimentica facilmente. Davanti a me c’è “Il libro di Zerynthia”, un volume di 500 pagine pubblicato nel 2020, scritto insieme a Dora Stiefelmeier, sua compagna di vita e lavoro. Racconta un’avventura condivisa, un’idea di arte che sfidava ogni schema, senza appesantirsi di ideologie. Sfogliandolo, si percepisce la forza di quegli anni: progetti audaci, collaborazioni autentiche, e un modo di concepire l’arte come spazio aperto al dialogo e alla sperimentazione. Mario avrebbe rifiutato un necrologio convenzionale; per lui, l’arte era qualcosa di vivo, sempre in movimento.
Nato in un periodo di fermento culturale, Mario Pieroni è figlio di una generazione che ha vissuto il boom economico italiano e gli ideali collettivi degli anni Sessanta e Settanta. Questa esperienza lo ha spinto a vedere l’arte come un luogo di incontro e rottura, dove sfidare le strutture rigide del sistema tradizionale. Non era interessato alla politica in senso stretto, ma piuttosto a un cambiamento sociale e culturale che lasciasse spazio all’immaginazione. In quegli anni, il mondo sembrava andare sempre avanti, e Pieroni fu capace di intercettare quel vento, anticipando molte tendenze dell’arte contemporanea.
La chiusura della galleria di Via Panisperna a Roma, nel 1992, fu un momento simbolico. Pur essendo un punto di riferimento, Pieroni sentì che quel luogo stava diventando troppo commerciale, stretto per la sua idea di arte. Scelse di chiuderla senza un piano preciso, ma con la voglia di creare qualcosa di più fluido e aperto. La fiera madrilena Arco di quell’anno vide una mostra fuori dal comune: niente opere messe in vendita, ma quattro artisti – Vettor Pisani, Michelangelo Pistoletto, Ettore Spalletti e Franz West – che insieme realizzarono “El Cuarto Amarillo”, un’installazione collettiva e indivisibile.
Da qui nasce Zerynthia, un progetto che si proponeva di superare la galleria tradizionale, puntando su collettività, visione e niente protagonismi esasperati. Il nome, preso da una farfallina che vive nell’agro romano, simboleggia metamorfosi e cambiamento continuo. Zerynthia ha portato l’arte fuori dai circuiti consueti, organizzando mostre in dimore nobiliari e castelli lontani dai centri artistici classici, come a Carpineto e Paliano. Così l’arte ha trovato spazi nuovi, più liberi e inaspettati.
Tra i progetti più importanti c’è il festival nelle cave di Rapolano, con performance in luoghi di travertino scoscesi, inaugurato da Jan Fabre e intitolato “Questa Pazzia è Fantastica!”. Qui sono passati artisti come Annie Ratti e Franz West. Poi c’è stata la RAM , nata su un pulmino, che è diventata un archivio prezioso di voci e storie d’artista. Negli ultimi anni il parco d’arte No Man’s Land in Abruzzo ha segnato un’ulteriore tappa di questo percorso: un luogo a ingresso libero con opere permanenti di Gianfranco Baruchello, Jimmie Durham e Alvin Curran. Progetti che hanno allargato i confini dell’arte contemporanea, sia fisici che concettuali.
Accanto a Pieroni, Dora Stiefelmeier è stata una figura fondamentale. Il loro legame ha dato vita a una realtà collettiva ma anche molto personale. Nei circoli di Zerynthia non si trattava solo di esporre o vendere, ma di vivere un’esperienza culturale vera, fatta di discussioni, condivisione, cibo e musica. Questa atmosfera viva e anticonvenzionale ha attirato nomi importanti come Hans Ulrich Obrist, Carolyn Christov-Bakargiev, Carsten Höller, Rosemarie Trockel e Gerhard Richter, coinvolgendo artisti di calibro internazionale.
Dora emerge spesso nei ricordi come presenza discreta ma decisiva, per esempio quando aiutava Michelangelo Pistoletto nell’allestimento di una mostra a Rapolano. Tra incontri, eventi e collaborazioni, si è costruito un archivio umano e artistico di grande valore, che si riflette anche nelle iniziative più recenti, come la partecipazione alla Biennale de L’Avana nel 2000, con l’ultimo grande disegno collettivo del secolo chiuso nel ’99.
Il libro e le storie raccolte in più di cinquant’anni da Pieroni e Stiefelmeier raccontano un modo tutto loro di vivere e condividere l’arte. La farfalla Zerynthia, che in greco antico significa “anima”, è la metafora perfetta di una vita dedicata a cambiare il modo di pensare la creatività. Mario Pieroni ha saputo rompere gli schemi, lasciando un’eredità che va oltre le mostre e le opere: un modo di fare arte che si sposta dai luoghi canonici a spazi improbabili, aperti a tutti.
La sua morte a Roma nel 2024 non segna la fine di un capitolo, ma apre nuove strade per chi, nei parchi d’arte, nelle radio indipendenti e nelle iniziative collettive di Zerynthia, continuerà a seguire quella filosofia. Mario Pieroni ha seminato un legame forte tra idee, persone e luoghi che continuerà a crescere, lontano dalla classicità delle gallerie, sempre pronto a trasformarsi. Come una farfalla che non smette mai di volare.
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